Editoria

Le edicole chiuse non sono il problema. Sono il sintomo

Conchita De Gregorio ha raccontato sulle pagine di  La Repubblica qualche giorno fa lo stupore di non riuscire più a trovare un’edicola aperta.

Il presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Giacomo La Sorella nella relazione annuale alle Camere sullo stato dell’informazione, ha dichiarato che negli ultimi venti anni i quotidiani hanno perso nove copie vendute su dieci, un dato che fotografa meglio di qualsiasi analisi la profondità della crisi.

Il sottosegretario con delega all’editoria, Alberto Barachini, ha denunciato il caso di un sito di informazione che produce contenuti senza giornalisti, utilizzando esclusivamente l’intelligenza artificiale.

E, ancora, la relazione alle Camere del Presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni certifica che oltre l’ottanta per cento dei ricavi pubblicitari sul web è assorbito dalle grandi piattaforme.

Nel 2004 Philip Meyer, nel celebre The Vanishing Newspaper: Saving Journalism in the Information Age, ipotizzò che l’ultima copia cartacea del New York Times sarebbe stata venduta nel 2043. Allora sembrava un’eresia. Oggi quella previsione appare perfino ottimistica.

Eppure, fino a qualche anno fa la panacea di tutti i mali sembrava l’editoria digitale, un modello da cui ripartire per affrontare un nuovo futuro per il settore dell’informazione. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e le grandi piattaforme hanno dimostrato il loro vero volto.

La crisi dell’editoria non è una fase passeggera. È il progressivo tramonto di un modello fondato sulla produzione di un’informazione autonoma e indipendente. Il decisore politico, in Italia come nel resto del mondo, non ha tenuto conto del potere che avrebbero progressivamente acquisito le piattaforme digitali, capaci di modificare in profondità non solo il mercato, ma anche le abitudini di consumo dell’informazione.

Hanno reso la vita più semplice, sicuramente. Prenotare un treno, un albergo, fare una ricerca, trovare informazioni sono diventati gesti elementari. Molto meno semplice è diventato costruirsi un’opinione realmente libera. Leggiamo di meno, leggiamo più velocemente, leggiamo quasi sempre ciò che qualcun altro ha deciso di mostrarci. Non siamo più noi a scegliere le notizie: sono gli algoritmi a selezionarle, a stabilire quali meritino la nostra attenzione e quali possano essere ignorate.

La fruizione dell’informazione, diventata sempre più passiva, si accompagna paradossalmente alla convinzione di poter esprimere un giudizio su qualsiasi argomento. Oggi tutti possono parlare di ogni cosa, aprire un dibattito su qualsiasi tema, pur non avendo alcuna competenza. Bastano due o tre prompt a ChatGPT o ad altri sistemi di intelligenza artificiale per ottenere un testo formalmente convincente. Non perché l’intelligenza artificiale produca conoscenza, ma perché restituisce con grande efficacia quella già disponibile. Così l’apparenza della competenza rischia troppo spesso di sostituire la competenza reale.

E le edicole?

Le edicole non sono scomparse per queste ragioni, o almeno non solo per queste ragioni.

Molti sembrano aver dimenticato che, quando i giornali vendevano ancora milioni di copie, la Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG) avviò una lunga battaglia contro quello che definiva il monopolio delle edicole. Secondo gli editori si leggeva poco in Italia proprio perché i giornali erano venduti quasi esclusivamente dai giornalai. L’idea era semplice: aumentare i punti vendita avrebbe automaticamente aumentato anche il numero dei lettori.

Per questo pretesero e ottennero la liberalizzazione sperimentale della vendita dei quotidiani. I giornali si dovevano trovare dovunque: nei supermercati, nelle stazioni di servizio, nei grandi centri commerciali. Solo così, si sosteneva, si sarebbe arrivati a milioni di nuovi lettori.

Le cose andarono diversamente. Aumentarono i costi della distribuzione, aumentarono le copie rese, aumentarono gli oneri per editori e distributori e, nel corso di oltre vent’anni, una parte crescente di quei costi venne scaricata proprio sulle edicole. Molte iniziarono a non reggere e chiusero.

Non è questa, certo, la ragione del terremoto che ha investito il settore nei successivi decenni. Sarebbe semplicistico sostenerlo. La rivoluzione digitale, il dominio delle piattaforme, il crollo della pubblicità e il mutamento delle abitudini di lettura hanno avuto un peso immensamente maggiore. Ma quella vicenda dimostra quanto spesso le soluzioni proposte senza una visione complessiva finiscano per aggravare i problemi invece di risolverli.

Ma, purtroppo, chi parla oggi e propone nuove ricette è chi decideva ieri. Molti dei protagonisti del dibattito attuale erano già ai posti di comando quando venivano assunte decisioni che hanno inciso profondamente sulla struttura del mercato editoriale. Le edicole che oggi suscitano nostalgia non sono scomparse all’improvviso: hanno iniziato a morire molti anni fa, nell’indifferenza generale e, talvolta, proprio per effetto di scelte presentate come moderne e inevitabili. Se il passato continua a essere rimosso, diventa difficile immaginare che le soluzioni del futuro possano essere davvero diverse. E, allora sì, c’è davvero da tremare.

Enzo Ghionni

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