L’accertamento dell’Inps nei confronti di Ciaopeople, editore di Fanpage.it, e di Citynews, network di testate locali, ha generato molta attenzione nel mondo dell’editoria. In particolare gli ispettori dell’istituto previdenziale hanno contestato l’applicabilità dei contratti collettivi adottati, mettendo in discussione la legittimità di accordi stipulati fuori dalle sigle tradizionali della contrattazione giornalistica. È dunque interessante approfondire quanto accaduto e cosa potrebbe significare per il settore.
La disciplina dei rapporti di lavoro giornalistico in Italia si è storicamente articolata attorno ai contratti collettivi firmati da Fieg e Fnsi. Quel contratto, sebbene rappresenti ancora una quota importante di addetti, non è rinnovato da anni e riflette le esigenze di grandi gruppi editoriali con centinaia di redattori. Questo modello contrattuale è nato nella logica di un’editoria tradizionale, strutturata su redazioni ampie e stabilità occupazionale, mentre oggi il panorama editoriale italiano è molto più articolato.
Il sostanziale monopolio della Fieg nella contrattazione collettiva è figlio di un approccio culturale del sindacato dei giornalisti e dei grandi editori che hanno sempre ritenuto che il settore fosse di esclusiva competenza dei grandi gruppi editoriali. In realtà, il nostro paese è ricco di moltissimi piccoli giornali, quotidiani locali e periodici che rappresentano l’altra realtà del settore. E che per numeri di giornalisti assunti sono più rappresentativi dei grandi gruppi editoriali.
Il punto centrale è come pensare che un contratto pensato per regolare il rapporto tra un giornalista dipendente di una società che non incontrerà mai il proprio editore possa funzionare per giornalisti che lavorano in piccole redazioni, a volte addirittura cooperative, che hanno bisogni del tutto diversi. E in presenza di una distribuzione del tutto asimmetrica della pubblicità i contratti pensati per i grandi editori siano sostenibili dai piccoli. La persistente prevalenza culturale della Fieg nella contrattazione collettiva è figlia di questo assetto storico, che ha sempre considerato il settore come dominio quasi esclusivo dei grandi gruppi editoriali.
Il nodo centrale è capire se un contratto pensato per un rapporto di lavoro subordinato in redazioni strutturate possa funzionare per giornalisti che lavorano in ambienti diversi: redazioni piccole, talvolta cooperative o reti di freelance con regolari contratti da dipendente. In presenza di una raccolta pubblicitaria digitale fortemente asimmetrica, è lecito domandarsi se i contratti tradizionali siano sostenibili e adeguati a realtà editoriali di dimensioni e modelli organizzativi diversi.
Per inquadrare l’attuale accertamento Inps, è utile ricordare un passaggio analogo nel passato recente. L’Uspi (Unione Stampa Periodica Italiana) aveva concluso anni fa un accordo con la Fnsi per regolamentare il rapporto tra editori di periodici e giornalisti dipendenti. L’accordo puntava a dare certezza giuridica a forme di impiego differenti rispetto al contratto Fieg-Fnsi. Il problema è sorto quando Ciaopeople e Citynews, associandosi all’Uspi, hanno ritenuto di estendere quel contratto ai propri dipendenti giornalisti. Fnsi ha ritenuto che quel contratto, previsto per i periodici locali e di nicchia, non potesse essere applicato automaticamente a piattaforme editoriali digitali di scala nazionale e ha revocato unilateralmente l’accordo. A quel punto, Uspi ha stipulato un nuovo contratto con sindacati aderenti alla Cisal, una confederazione diversa rispetto alle sigle storiche della stampa.
L’accertamento Inps muove da qui: si contesta la validità di un contratto di lavoro giornalistico stipulato da un sindacato che non è riconosciuto come rappresentativo della professione giornalistica secondo i parametri tradizionali. L’Inps procede quindi al recupero delle differenze contributive ritenute dovute, e la questione sarà definita nelle sedi giudiziarie competenti.
Questa ricostruzione, pur sintetica, è necessaria per leggere l’accaduto alla luce delle trasformazioni contrattuali e organizzative dell’editoria italiana. Da questa vicenda emerge con chiarezza una necessità fondamentale: un ripensamento collettivo delle modalità di rappresentanza sindacale e contrattuale nel settore dell’informazione. L’editoria è cambiata, e anche gli strumenti giuridici e contrattuali dovrebbero adattarsi alla sua complessità.
L’editoria è cambiata e la Fieg rappresenta una parte dell’editoria italiana, importante, ma non decisiva. Ci sono migliaia di giornalisti che dipendono da piccole imprese editoriali e il contratto Fieg-Fnsi oltre ad essere difficilmente sostenibile non tutela i dipendenti giornalisti dei piccoli giornali. Perché è pensato con altre logiche e per diverse finalità. Il monopolio culturale su questo aspetto è un limite oggettivo allo sviluppo del settore.
In realtà la federazione ha dato un importante segnale stipulando un contratto di lavoro con l’Anso e la Fisc che va esattamente in questa direzione. Rimane aperto il problema dei contratti con i giornalisti dipendenti di cooperativa che, evidentemente, hanno una posizione particolare, in quanto lavorano per società di cui sono soci.
Infine, c’è il problema, sempre il solito, di chi fa la morale ed il riferimento è a Ciaopeople, la società editrice di Fanpage. La sua informazione è sempre stata orientata ad un approccio populista e il problema del salario minimo è stato un cavallo di battaglia. È evidente che queste battaglie rispondono ad una linea editoriale, ma i contenuti li fanno i giornalisti. E toccherebbe oggi a loro dire se sono contenti di guadagnare molto meno dei loro colleghi che lavorano in altri giornali, di eguali, se non inferiori, dimensioni. Tra l’altro la loro società editrice negli ultimi anni ha conseguito utili importanti, che non è, per carità, un titolo di demerito. Ma un dato di fatto. E, sicuramente parte di quegli utili deriva dal risparmio che la società consegue sul costo del lavoro giornalistico, applicando stipendi pensati per realtà di piccole dimensioni.







