Editoria

L’AI svuota Google e i giornali tagliano: 220 posti a rischio nel gruppo del Mirror

Quello che fino a pochi mesi fa sembrava soprattutto un problema tecnologico sta diventando un problema occupazionale. Reach, il più grande editore commerciale di giornali del Regno Unito, ha annunciato un piano che mette a rischio 220 posti di lavoro editoriali, mentre il traffico proveniente da Google continua a diminuire e una parte crescente delle risposte viene fornita direttamente dall’intelligenza artificiale senza che il lettore raggiunga il sito che ha prodotto la notizia.

Reach non è un editore marginale. Controlla oltre 120 testate e marchi, tra cui Daily Mirror, Daily Express, Daily Star, Manchester Evening News, Liverpool Echo e Birmingham Mail, e raggiunge una parte molto ampia della popolazione online britannica. Il nuovo intervento prevede anche la chiusura di tre testate esclusivamente digitali – KentLive, AberdeenLive e GalwayBeo – e arriva dopo precedenti riduzioni dell’organico. Secondo quanto riportato dal Guardian, il gruppo avrebbe registrato un crollo del 46% su base annua del traffico referral proveniente da Google, in un contesto nel quale AI Overviews e AI Mode consentono sempre più spesso agli utenti di ottenere una sintesi direttamente nella ricerca.

È difficile trovare un esempio più concreto di quello che l’editoria teme da tempo. Per quasi vent’anni il meccanismo è stato semplice: i giornali producevano le informazioni, Google le indicizzava e in cambio portava traffico alle testate. Quel traffico generava pubblicità, dati, abbonamenti e quindi una parte delle risorse necessarie per finanziare nuovamente il giornalismo. L’intelligenza artificiale sta modificando proprio questo scambio. Se il motore utilizza le informazioni delle fonti per costruire una risposta completa, il lettore può non avere più bisogno di cliccare. Il contenuto rimane necessario per generare la risposta, ma la visita al sito che lo ha prodotto può scomparire.

Il caso Reach è ancora più significativo perché il gruppo non sta combattendo l’intelligenza artificiale in quanto tale. Nel bilancio 2025 dichiarava di aver accelerato l’integrazione dell’AI nelle proprie attività, mettendo Google Gemini a disposizione dei dipendenti e utilizzando strumenti proprietari nelle redazioni. Reach ha anche concluso con Amazon AWS un accordo per l’utilizzo dei contenuti basato su un modello di remunerazione a consumo. Allo stesso tempo, però, la società indicava esplicitamente tra i rischi l’impatto degli AI Overviews sul traffico proveniente dalla ricerca.

La risposta dell’editore mostra probabilmente anche la direzione verso cui si sta spostando una parte dell’industria. Reach vuole ridurre la dipendenza dalle semplici pageview, investire maggiormente in giornalismo originale, video e abbonamenti digitali e creare circa 60 nuovi ruoli nelle aree considerate strategiche. L’obiettivo dichiarato è inoltre portare gli abbonati digitali da circa 50 mila a 75 mila entro la fine dell’esercizio. Non significa quindi soltanto tagliare costi: significa tentare di costruire un modello nel quale il rapporto diretto con il lettore conti più del traffico regalato dagli algoritmi.

Ed è una lezione che riguarda anche gli editori italiani. Il problema non è più chiedersi se Google continuerà a mandare meno visite ai giornali: bisogna prepararsi all’ipotesi che una parte consistente di quel traffico non torni più. Newsletter, abbonamenti, community, app, eventi, video, contenuti specialistici e rapporti diretti con i lettori diventano quindi strumenti di indipendenza, non semplici prodotti aggiuntivi.

C’è infine una contraddizione che l’intero settore dovrà risolvere. Le aziende di intelligenza artificiale hanno bisogno di giornalismo affidabile per costruire risposte credibili, ma se il sistema che distribuisce quelle risposte riduce progressivamente le entrate di chi produce le notizie, rischia di indebolire proprio la materia prima dalla quale dipende.

Il caso del Mirror e delle altre testate Reach rende questa trasformazione molto meno teorica: dietro il calo di un grafico di Google oggi ci sono 220 posti di lavoro editoriali a rischio. Ed è forse questo il punto da cui dovrebbe ripartire il confronto tra editori e piattaforme: l’intelligenza artificiale può rendere più efficiente la distribuzione dell’informazione, ma qualcuno dovrà continuare a finanziare chi va sul campo a produrla.

Ivan Zambardino

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