Editoria

La truffa, il deepfake e noi: perché la tecnologia non può dominare l’informazione

Da giorni non si parla d’altro: la truffa ad alcuni tra i più facoltosi e importanti imprenditori del Paese con la “voce” del ministro della Difesa Guido Crosetto. Tra i volti più noti, caduti nella trappola, c’è Massimo Moratti. Ex presidente dell’Inter, petroliere. Mica uno sprovveduto. Eppure persino uno come lui ci è caduto. Come? È bastato utilizzare software capaci di riprodurre alla perfezione la voce dell’esponente del governo. Un programma di “deepfake” che è stato utile a ingannare chi, con lo stesso ministro, intesse rapporti di consuetudine e, comunque, di frequentazione. L’accaduto deve far riflettere. La tecnologia è così invasiva che potrebbe lasciar cadere in errore praticamente chiunque. E potrebbe inquinare, sul serio, il dibattito democratico delle nazioni. Tra cui l’Italia.

Non è una questione solo di fake news che, pure, come abbiamo già avuto molto di notare e apprezzare, hanno recitato ruoli impossibili anche solo da immaginare con l’irruzione del digitale nella sfera pubblica. Non è una vicenda solo politica. Esula, anzi, dallo scontro ultrà tra le fazioni. Tutti dovrebbero essere interessati a limitare, e non poco, l’ingerenza di tecnologie così invasive sullo scenario pubblico. Perché basterebbe poco, davvero poco, a confezionare chissà quale retroscena, darlo in pasto all’opinione pubblica, lucrarci politicamente. Perché, mentre che le autorità appurino le cose, ne passerà di tempo. Non si deve consentire alle macchine di gestire il dibattito. Anche se la tentazione è forte. Ma non vale il risparmio di quattro spicci. Se il rischio è quello di ritrovarsi con le macchine a decidere cosa e quando leggere e, magari, si tratta pure di contenuti confezionati ad arte per chissà quale scopi reconditi. L’effetto, finale, non sarebbe granché diverso da quello patito da Moratti e i suoi colleghi.

Luca Esposito

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