Editoria

La lezione di Carlo De Benedetti ai figli: essere editori non è (solo) fare impresa

L’opa di Carlo De Benedetti per estromettere i figli dalla gestione dell’azienda editoriale di famiglia è un fatto che dovrebbe far riflettere. L’ingegnere argomenta le ragioni alla base della sua scelta: il punto non è l’incapacità dei figli, come valore assoluto, ma la loro inidoneità a fare gli editori.

Le difficoltà del gruppo l’Espresso, testimoniate dal valore minimo raggiunto dalla quotazione del titolo in Borsa, non derivano da una scarsa attitudine imprenditoriale. Il padre non accusa i figli di non saper fare gli imprenditori ma di non essere editori.

L’ingegnere, dunque, traccia un confine spesso sfumato, mai esattamente delineato. L’impresa editoriale è una normale azienda che deve stare sul mercato, costi, ricavi, investimenti, sostenibilità e, (c’era una volta…), utili da distribuire o da reinvestire. Ma il prodotto editoriale periodico pur andando sul mercato, non ha un mercato come gli altri. E’ un prodotto unico, fatto di fiducia quotidiana. Si compra, o meglio si comprava tutto il giorno, come il pane o come il latte. Ma è allo stesso tempo un prodotto culturale che propone ai lettori una propria visione del mondo, diversa dagli altri, ma riconducibile ad un unico principio: il racconto dei fatti, seppur visto da angolazioni diverse.

Il digitale è l’evoluzione naturale del prodotto, ma senza pensare al cuore del giornale, cioé ai contenuti, si finisce a lavorare su contenitori vuoti.

E perciò che per fare l’editore, dice bene l’ingegnere De Benedetti, ci vuole passione; come in tutti i mestieri; perché significa essere artigiani, nonostante la complessità delle aziende sottostanti. Per ripensare ad un futuro per il settore si può ripartire dalle parole di un vecchio cinico che ha trasformato l’informazione in Italia durante la grande crisi dell’editoria dell’inizio degli anni ottanta.

Ivan Zambardino

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