Editoria

La delega della democrazia

Il 2 marzo, nello stesso giorno in cui è stata annunciata la fusione delle società editrici de “La Repubblica”, “la Stampa” ed “il Secolo XIX” e la cessione delle quote di RCS da parte del gruppo Fiat, la Camera dei Deputati ha approvato in prima lettura il testo di riforma del sostegno all’editoria

Due momenti importanti per il futuro dell’editoria italiana: da un lato, un’operazione di mercato, che, parole di Monica Mordandini, l’amministratrice delegata di C.I.R., “anticipa il necessario processo di aggregazione del settore editoriale”; dall’altro, una legge che nella sostanza crea una nuova figura di amministratore delegato, il Governo, nella gestione del pluralismo.

Ma anche se da due prospettive diverse, il privato, da una parte, e il pubblico dall’altro, l’interesse collettivo è quello che, alla fine, esista un sistema che garantisca un effettivo pluralismo al Paese. Certo, se si fosse saputo in Aula, anche il giorno prima dell’approvazione della legge, che i gruppi di De Benedetti, della famiglia Agnelli e della famiglia Perrone stessero procedendo a cotante manovre “industriali”, l’ipotesi di pensare ad una norma che regolasse il “necessario processo di aggregazione del settore editoriale” forse non sarebbe sembrata peregrina.

Ma nessuno lo sapeva, nonostante la direzione di Repubblica di Calabresi, nonostante i caffè alla mattina del Ministro Del Rio a casa De Benedetti. Quindi, i due fatti, che chiaramente prescindono dalle opinioni, sono andati separati. Eppure rapporti causa effetto esistono: ad esempio, la chiusura del Corriere mercantile ha consegnato non l’Italia ma Genova, una delle città più colte e vivaci d’Italia, in un monopolio del Secolo XIX.

Per carità il Corriere mercantile era un giornale che fruiva del sistema di contribuzione pubblico e, pertanto, secondo l’opinione pubblica maggioritaria non meritevole neanche di partecipare ad un processo di aggregazione; l’unico destino la chiusura ed i libri in tribunale, ma nessuno ha detto che la vera decisione è stata presa dal Governo che, anno per anno, stabilisce, come fosse una prebenda ai tempi de Ministero di cultura popolare, l’entità del fondo da destinare al pluralismo.

Nessuna riflessione sull’attuale sistema antitrust che, con l’infinito paniere del sistema integrato delle comunicazioni introdotto della miope legge Gasparri per garantire, ai tempi, l’amico Berlusconi, nell’attualità i nemici dell’amico Berlusconi, consentirebbe tranquillamente ad un solo soggetto di possedere tutta l’editoria italiana, comprese riviste di enigmistica e fumetti. Certo c’è il limite delle tirature, ma è qualche anno che i dati non vengono più comunicati, l’Autorità è da un po’ che concentra l’attenzione più sui giornali da far chiudere che sulle concentrazioni. Non è un gioco di parole, è una constatazione.

Intanto la barca va, anzi affonda per qualcuno, mentre altri anticipano il necessario processo di aggregazione del settore editoriale. Che, intanto, vede, come detto, andare a braccetto gli amministratori delegati delle imprese e l’amministratore delegato del pluralismo.

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