Intelligenza artificiale e ignoranza non artificiale: quando la visibilità diventa autorevolezza

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I contenuti nell’ecosistema digitale sono come gocce d’acqua nell’oceano. A una domanda pressoché bulimica di contenuti da parte degli utenti corrisponde un’offerta sterminata. Il web nel corso degli ultimi anni si è trasformato: al testo scritto si sono affiancati contenuti video e audio, spesso brevi, che si contendono l’attenzione degli utenti. Scrollando i social network ci si imbatte continuamente in video brevi, spesso brevissimi. Gli influencer e i content creator impazzano sui social con i loro contenuti che appassionano milioni di utenti. E l’informazione professionale è passata, chiaramente, in secondo piano, confusa in un flusso nel quale la competenza di chi parla non è sempre riconoscibile.

Perché leggere un lungo testo scritto da un giornalista, da un professore universitario, se un soggetto che ci è familiare ci spiega tutto in poche parole? Il problema non è la brevità: anche un video di pochi secondi può fare buona divulgazione. Il problema nasce quando la familiarità con un volto viene scambiata per autorevolezza e la sicurezza con cui si parla per competenza. D’altronde la delegittimazione dei giornalisti, o meglio della loro autorevolezza, si è accompagnata alla crescente confusione dei ruoli.

Un video di Panzironi che spiega come funziona la resistenza insulinica può apparire nello stesso flusso di contenuti in cui compare l’intervento di un endocrinologo. Ma la vicinanza sullo schermo non rende equivalenti le loro competenze. Il primo, che non ha le competenze professionali per parlare di ciò di cui parla, non avendo una formazione specifica, ha l’obiettivo di avere visibilità e, di conseguenza, ritorni economici. Il secondo parla sulla base di una preparazione specialistica. Entrambi possono cercare visibilità, ma il pubblico dovrebbe poter distinguere le basi delle loro affermazioni e gli interessi economici eventualmente coinvolti.

Tra l’altro il meccanismo dei commenti può favorire chi punta sulla provocazione: il confronto si sposta facilmente dalla fondatezza delle affermazioni alla contrapposizione tra sostenitori e critici, scivolando sul terreno degli insulti personali. Questo fenomeno non caratterizza, chiaramente, il solo settore della medicina, ma si estende a tutti gli ambiti dell’informazione.

Per comprendere questo meccanismo è utile richiamare un’osservazione formulata già nel 1971 da Herbert Simon, poi premio Nobel per l’economia nel 1978: l’abbondanza di informazioni genera una scarsità di attenzione. In questo spazio può inserirsi il vantaggio competitivo di chi offre risposte semplici e categoriche a questioni complesse. Chi riconosce un dubbio, spiega un limite o distingue tra casi diversi chiede al pubblico uno sforzo maggiore di chi promette di spiegare tutto in tre parole.

Una volta chiunque poteva parlare di tutto al bar dello Sport. Ma in quel bar si confrontava con un numero limitato di persone che conoscevano l’interlocutore, i suoi studi, le sue competenze. E le notizie pubblicate sul giornale che stava sul tavolo accanto al bancone erano spesso la fonte da cui si partiva per discutere. Anche allora circolavano sciocchezze e giudizi senza fondamento, ma la loro diffusione restava circoscritta.

Oggi chiunque può parlare di tutto con tutti. La discussione può partire da un post, da tre parole sotto una foto su Instagram o da un video di cui non conosciamo né la fonte né l’attendibilità. Così si può parlare della formazione della squadra del cuore; di politica internazionale; delle ragioni dei tumori; di chimica; di astrofisica. Tanto chi legge rischia di dedicare più attenzione alla risposta da dare che alla verifica di ciò che ha appena letto o ascoltato.

L’intelligenza artificiale moltiplica ulteriormente la disponibilità di risposte. Ma avere una risposta a portata di mano non significa aver compreso una questione: occorre saper valutare le fonti, riconoscere i limiti e accettare che non tutto si possa spiegare in pochi secondi. Sempre più spesso all’intelligenza artificiale si risponde con l’ignoranza non artificiale.

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