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Imprese e social network. Il mistero buffo dei profili dei dipendenti

L’esito del contenzioso legale in corso negli Usa tra il sito web sulla telefonia mobile Phonedog.com ed un suo ex-dipendente, opinionista e blogger su Twitter, Noah Kravitz, potrebbe presto chiarire a chi appartengano gli account dei social network aperti dai lavoratori per conto di un’azienda.
Il quesito è di importanza “strategica” dato che estende la sua portata all’intero settore della comunicazione online legata al marketing delle aziende. E considerato che un numero sempre maggiore di imprese assegna ai social media (Twitter, Facebook e Google Plus) cospicue voci di bilancio, una sentenza in merito potrebbe ridefinire il diritto dei lavoratori a creare e gestire un proprio account aziendale sul social network di turno. Ma non solo. Potrebbe anche quantificare quale sia il suo valore in termini economici.
Oggetto della disputa è proprio l’uso, ritenuto illecito secondo il sito web, del profilo “Phonedog_Noah” creato su Twitter dall’impiegato Kravitz per conto del portale online omonimo, anche dopo la cessazione del rapporto lavorativo con l’azienda, durato 4 anni e conclusosi nel 2010. Il sito web in questione ha due aree, una dedicata alla vendita online dei cellulari e l’altra alla gestione di un blog atto a sondare il responso dei clienti potenziali e già acquisiti. La questione si è complicata nel momento in cui l’ex-dipendente ha deciso di far completamente sua la pagina aziendale su Twitter, battezzandola con il proprio nome e mantenendo i precedenti followers/clienti giunti a quota 22mila.
Phonedog ha per questo invocato dinanzi al tribunale distrettuale del Nord della California il “segreto commerciale” per la password dell’account Twitter e le identità dei relativi “followers” raccolti dal blogger, per mandato della società. La lista dei nomi è stata paragonata ad un elenco di clienti di cui Kravitz si sarebbe appropriato indebitamente sottraendo al proprio ex datore di lavoro ben 2.50dollari per followers al mese, nell’arco di 8 mesi. A fronte degli investimenti sostenuti, ovvero i costi in social media, 340mila dollari è la cifra richiesta da Phonedog come risarcimento. Kravitz dal canto suo ha replicato sul New York Times di avere il diritto al 15% degli introiti pubblicitari lordi del sito sia in qualità di partner acquisito sia per gli arretrati relativi alla sua posizione di video recensore e di blogger per il portale.
A prescindere da chi la spunterà, è evidente che il rinvio a giudizio della Corte distrettuale del Nord della California nell’ottobre scorso, accenda i riflettori su di un settore, il social business, che assume sempre più valore in termini strategici per la net-economy. In gioco non è solo l’opportunità di stabilire quale sia la paternità dei profili aziendali di un social network. In discussione è anche la facoltà di attribuire un prezzo a suddetti account ed i relativi “followers” su internet. Un aspetto collaterale che potrebbe incidere non poco anche sulla concorrenza in rete tra liberi professionisti e grossi vertici aziendali nell’offerta di prodotti o servizi pubblicizzati o venduti attraverso media “popolari” come i social network.
Luana Lo Masto

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