Il ricorso di Consumerismo sul sito dei Me contro Te: le accuse

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Che succede ai Me contro Te? Dopo il matrimonio (a pagamento) in grande stile, i due youtuber devono fronteggiare le accuse dei consumatori. Secondo quanto rileva Consumerismo, infatti, la coppia più amata dai bambini sul web avrebbe messo in campo una “pratica commerciale aggressiva e ingannevole”. E pertanto ha presentato un ricorso al tribunale di Palermo. È una questione che parte da alcuni dati rilevati appunto dall’organizzazione che tutela gli interessi dei consumatori. Il sito, secondo Consumerismo (e l’app a esso collegato) “senza alcuna separazione dai contenuti ludici, è collocata la sezione Negozio con la call to action imperativa ’Vai allo shop!’, che rimanda a uno storefront Amazon con link di affiliazione”. E ancora: “Il menu principale ha tre sole voci e ’Negozio’ è la prima”. Ma questo è solo l’inizio. Il cahier de doléances dei consumatori è lunghissimo. “In particolare si ravvisa: Pratica commerciale aggressiva attraverso l’esortazione diretta all’acquisto rivolta ai bambini; Pratica ingannevole per omissione: nessuna informazione su chi sia il venditore effettivo, sulla natura affiliata del link, su condizioni di vendita, garanzia, recesso e assistenza; Pubblicità occulta: commistione senza demarcazione tra intrattenimento e inviti commerciali; Identità societaria opaca: tre denominazioni diverse (Me Contro Te nel footer, Pandacorno s.r.l.s. nella privacy del sito, Me Contro Te S.r.l. nella privacy dell’app) e due sedi legali diverse (Partinico e Marsala) sulla stessa partita Iva; Cookie banner con consenso da scrolling (‘Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice’), solo tasto ’Ok’, nessun Rifiuta”. Finita qui? Macché: “Informativa privacy obsoleta e contraddittoria: conservazione dei dati ’non oltre il 31.12.2019’; base giuridica citata in modo errato; trasferimenti extra-UE dichiarati assenti ma di fatto presenti (Google Analytics, Azure PlayFab); linguaggio non adatto ai bambini; Dati dei minori: nessuna verifica dell’età né consenso genitoriale per gli under 14, mentre l’app dichiara di raccogliere ’i comportamenti dei giocatori’ e le preferenze di gioco dei bambini, senza valutazione d’impatto”. Sullo sfondo c’è la stretta decretata dall’Ue sull’utilizzo del web, e in particolare dei social, da parte dei minori di 13 anni. E tutto il sistema di (nuove) regole più stringenti. La palla ora passa ai magistrati palermitani. La polemica, quella, continua.

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