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IL PUNTO DI ANSO SUL DDL DIFFAMAZIONE

Tutto cambia affinché nulla cambi. La celebre frase gattopardesca oramai è superata.
Per mantenere sotto scacco editori e giornalisti, la politica oggi sceglie di cambiare in parte per peggiorare il tutto. E soprattutto senza ascoltare nessuno. Senza coinvolgere nessuna delle parti in causa. Assurdo.

ANSO comprende le ragioni dello sciopero proclamato dalla FNSI e condivide le preoccupazioni di molti in merito al futuro dell’informazione in Italia. Per questo si augura che lunedì in Senato il ddl venga definitivamente abbandonato e auspica che il voto segreto richiesto dal PD abbia questo obiettivo.

La cosa migliore è azzerare tutto, evitando il rischio di danni maggiori, ricominciando da capo per studiare un testo di legge degno di questo nome e che sia condiviso da tutti gli attori in causa. E il rischio incombente per la libertà di stampa e la democrazia è stato rilevato a ragione anche dall’Unione Europea.

In queste settimane ANSO si è prodigata per sensibilizzare in questo senso diversi membri del Senato e l’attività continua assidua in queste ore: affinché non vada in porto un’operazione che metterebbe a rischio la libertà di stampa e, nel caso dell’informazione digitale, il futuro stesso di numerose testate locali.

Si vuole abolire la detenzione per i direttori responsabili – che sono in primis giornalisti, non dimentichiamolo, mentre nulla viene fatto per tutelare i ‘giornalisti di fanteria’, che scrivono l’articolo. Il ddl “Salva Sallusti” fin dall’inizio ha presentato gravi lacune e, soprattutto, appare figlio dell’ossessione di proteggere i poteri forti dalle incursioni giornalistiche.
Ora l’emendamento ‘salva direttori’ sembra l’ennesimo elemento di iniquità di un testo che non ha neppure ragione di essere votato. Se devono essere salvi dal carcere i direttori ciò deve valere anche per i giornalisti.
La diffamazione è un reato, nessuno obietta questo. Ma la legge deve essere giusta, equilibrata e deve tutelare tutte le parti. Le sanzioni previste sono fuori da ogni logica e lontane dalle possibilità economiche reali di chi lavora nel settore dell’informazione.
Fatti salvi i grandi editori o le grandi firme del giornalismo.

Ma soprattutto: chi difende il querelato a fronte di un’ingiusta querela, quando quest’ultima viene fatta a fini intimidatori? La querela facile mette sotto scacco il giornalista che deve riflettere due volte – chi non pensa alle sanzioni esorbitanti e al rischio della galera – prima di scrivere ciò che ha scoperto, o semplicemente nel fare il suo mestiere di cronista.

ANSO ritiene corretta una soluzione che veda inserito nel disegno di legge un emendamento per sanzionare – con la stessa cifra richiesta da chi ha sporto querela – anche colui che usa la querela come strumento di minaccia o di ricatto. D’altronde, se il motivo della querela non sussiste, sembra giusto che il querelante paghi le spese processuali e si faccia carico dei danni arrecati al giornalista querelato ma dichiarato innocente: anche lui ha subito un torto, ha speso tempo e soldi per difendersi da un’accusa inesistente, ha subito pressioni psicologiche non indifferenti.

Nessuno nega che il reato di diffamazione debba essere punito, ma sarebbe a nostro parere opportuno prevedere un deterrente, affinché la querela non sia sistematicamente utilizzata come arma di ricatto.

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