Editoria

Il New York Times detta le condizioni all’AI: il giornalismo non può essere venduto a frazioni di centesimo

La nuova battaglia dell’editoria non riguarda più soltanto il copyright. La domanda che sta diventando decisiva è molto più concreta: quanto deve pagare un’intelligenza artificiale per utilizzare il lavoro dei giornali? Il New York Times sta cercando di fissare alcuni paletti e la sua posizione può diventare un riferimento per l’intero settore. Il quotidiano americano non esclude accordi con le aziende tecnologiche, ma sostiene che l’utilizzo dei propri contenuti debba prevedere una remunerazione adeguata, limiti precisi e soprattutto il controllo dell’editore sulle modalità con cui articoli e archivi vengono impiegati dai sistemi generativi.

Il problema nasce dal fatto che un articolo può avere molti utilizzi differenti per un’AI. Può servire per addestrare un modello, aggiornare le sue conoscenze, costruire una risposta, realizzare una sintesi oppure fornire direttamente all’utente l’informazione che altrimenti avrebbe cercato sul sito del giornale. È proprio quest’ultimo scenario a preoccupare maggiormente gli editori: l’AI può avere bisogno del giornalismo e contemporaneamente ridurre il numero di persone che raggiungono chi quel giornalismo lo produce.

Il New York Times considera ancora poco maturo il mercato delle licenze AI. Non esiste infatti un criterio condiviso per stabilire quanto valga un contenuto utilizzato da una macchina. Pagare in base al numero di parole avrebbe poco senso: un’inchiesta può richiedere settimane di lavoro e migliaia di euro anche se un chatbot ne utilizza soltanto poche righe. Nemmeno il vecchio valore del clic è sufficiente, perché proprio l’AI può eliminare quel clic rispondendo direttamente alla domanda dell’utente. Il rischio è quindi creare un mercato nel quale il giornalismo venga trasformato in una materia prima digitale acquistata in enormi quantità per frazioni di centesimo, senza considerare il costo necessario per produrre l’informazione originale.

Per questo il Times indica tre condizioni fondamentali nelle partnership con le aziende dell’intelligenza artificiale: remunerazione, sostenibilità e controllo. L’editore deve ricevere un valore economico adeguato, conoscere come verranno utilizzati i propri contenuti e mantenere limiti contrattuali sufficienti a impedire che una partnership conveniente oggi finisca per danneggiare il giornale domani. La questione più delicata è proprio questa: un editore potrebbe incassare milioni concedendo il proprio archivio a una piattaforma e contemporaneamente contribuire alla costruzione di un prodotto capace di rendere meno necessario leggere o abbonarsi a quella stessa testata.

Il New York Times non ha però scelto la strada della chiusura. Ha già firmato con Amazon un accordo pluriennale di licenza legato all’intelligenza artificiale, comprendente contenuti del quotidiano, di NYT Cooking e di The Athletic. Amazon può utilizzare questi materiali in determinati prodotti ed esperienze AI e per lo sviluppo dei propri modelli. I termini economici non sono pubblici, ma il principio è significativo: il Times non dice che le macchine non possano utilizzare il giornalismo. Dice che devono farlo attraverso un accordo con chi quel giornalismo lo produce.

Ed è proprio qui che emerge la differenza con la battaglia giudiziaria contro OpenAI e Microsoft. Il quotidiano accusa le due aziende di avere utilizzato milioni di suoi contenuti senza autorizzazione per sviluppare sistemi di intelligenza artificiale. OpenAI e Microsoft contestano questa interpretazione e sostengono le proprie ragioni sul piano del diritto d’autore e del fair use. Saranno i tribunali a stabilire il confine giuridico, ma dal punto di vista industriale la posizione del Times appare ormai definita: collaborare con l’AI è possibile, purché sia l’editore a decidere condizioni, utilizzi e remunerazione.

La questione interessa ormai tutti i giornali perché il mercato sta rapidamente cambiando. Google sta sperimentando forme di remunerazione legate al contributo dei contenuti editoriali alle risposte generate dall’AI, mentre diverse società tecnologiche hanno già concluso accordi direttamente con gruppi editoriali. Sta quindi nascendo un nuovo mercato, ma manca ancora la sua unità di misura fondamentale: quanto vale una notizia letta da una macchina?

Il valore potrebbe essere molto superiore a quello di una semplice visualizzazione. Una notizia originale può essere utilizzata contemporaneamente per rispondere a migliaia di utenti, migliorare un prodotto AI e contribuire alla sua affidabilità. Soprattutto, dietro quella notizia possono esserci un giornalista, un inviato, un fotografo, un desk, avvocati, verifiche e giorni di lavoro. L’intelligenza artificiale riduce enormemente il costo necessario per elaborare l’informazione, ma non elimina il costo necessario per scoprirla.

È questa probabilmente la distinzione sulla quale si giocherà una parte importante del futuro economico dell’editoria. Le piattaforme possiedono modelli capaci di sintetizzare e distribuire informazioni su scala praticamente illimitata; i giornali possiedono invece qualcosa che le macchine non possono semplicemente generare dal nulla: informazioni originali raccolte nel mondo reale. Senza giornalisti che assistono a un processo, intervistano una fonte, leggono un documento, seguono un consiglio comunale o conducono un’inchiesta, prima o poi anche l’AI avrebbe sempre meno materiale nuovo e affidabile da elaborare.

Il paradosso è evidente: l’AI può indebolire economicamente proprio le organizzazioni dalle quali dipende per ottenere informazione di qualità. Per questo la discussione sul prezzo dei contenuti non riguarda soltanto quanto Google, OpenAI, Microsoft, Amazon o le altre piattaforme debbano pagare agli editori. Riguarda la sostenibilità dell’intero ecosistema dell’informazione.

Il New York Times sembra aver scelto la propria linea: l’intelligenza artificiale può diventare un nuovo cliente dell’editoria, ma non deve trasformarsi nel suo sostituto acquistando a basso costo il lavoro che permette ai giornali di esistere. Dopo aver imparato a vendere copie, pubblicità e abbonamenti, gli editori devono ora imparare a vendere informazione anche alle macchine. E soprattutto devono capire quanto farla pagare.

Ivan Zambardino

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