Categories: Editoria

IL MANIFESTO. LA STORIA IN LIQUIDAZIONE

Stavolta non è come le altre volte. Il manifesto , il giornale simbolo della sinistra radical italiana, dei suoi splendori e dei suoi guai, della sua ascesa e del suo declino, rischia davvero di finire – anche se l’editoriale di oggi scrive che il quotidiano comunista «non chiude ma rilancia». Ieri il ministero dello Sviluppo economico ha avviato la procedura di liquidazione coatta amministrativa della cooperativa editrice, che viene eseguita in alternativa alla liquidazione volontaria. Significa che il giornale (nato come quotidiano nell’ottobre del ’71, come rivista nel ’69, da una radiazione di dirigenti ingraiani dal Pci) resta in edicola, lancerà una campagna straordinaria di finanziamento, ma dopo la riduzione dei contributi pubblici le ragioni di ottimismo, dicono anche quelli che gli vogliono bene, non sono molte.

Ed è qui impossibile anche solo dare un’idea del perché sia una notizia triste, anche prendendo atto di quanto s’è ingrigita e affievolita la verve eretica che ha fatto per anni del manifesto il giornale che bisognava leggere, se si era di sinistra ma non si amava il Pci (opzione di per sé minoritaria, nell’Italia piccolo borghese delle due chiese, ma che era arrivata a contare a un certo punto intorno ai sessantamila lettori). Il manifesto una chiesa non lo è mai stata nonostante tutto, nonostante la taccia di settarismo (o di elitismo) che gli è spesso stata rivolta nella sua storia, nonostante a molti continuasse a dar fastidio quell’aria elegante e colta di tanti dei suoi antichi fondatori, gente che ha scritto pagine di storia del giornalismo: Luigi Pintor, che ha la fortuna di non vedere questi giorni, o Rossana Rossanda, che li segue da Parigi, accanto a K. S. Karol.

Tanti altri ovviamente non hanno lasciato il medesimo segno, ma alcune battaglie politico-giornalistiche del manifesto davvero accompagnano i sommovimenti epocali della storia italiana del nocevento. Il titolo «Praga è sola» all’invasione sovietica della Cecoslovacchia, rasoiata contro i silenzi del Pci. Il racconto disincantato di aspirazioni e storture della Cuba di Castro. L’illusione, fallimentare, di pensare di poter condizionare la “sinistra rivoluzionaria” e i gruppi, specie Potere operaio, all’inizio degli anni settanta. È un altro mondo, che non c’è più. Quel marchio però vale ancora, nella società immateriale; va’ a sapere che non succeda qualcosa.

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