IL FATTO SI “ARRENDE” AI CONTRIBUTI PUBBLICI ALL’EDITORIA

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Era nato come il paladino della vera informazione, del giornalismo d’inchiesta, delle notizie date solo ed esclusivamente per informare, liberi da ogni freno, editori indipendenti. La forza del Fatto Quotidiano era da sempre stata quella dell’indipendenza, anche dai contributi pubblici all’editoria. Fonte di sostentamento per tante testate locali che altrimenti non potrebbero sopravvivere al calo dei lettori e alla mancanza di investimenti pubblicitari, i contributi pubblici all’editoria erano stati additati dalla redazione de Il Fatto come una fonte di “servilismo” nei confronti del Governo e della Presidenza del Consiglio dei Ministri. «Alcuni giornali imbottiti di soldi pubblici si sono adontati perchè abbiamo fatto notare la coincidenza del loro silenzio su Malinconico che li aveva appena imbottiti di soldi pubblici: ma, se la coincidenza non la fa notare l’unico giornale che rifiuta i finanziamenti pubblici, chi altri la farò notare?», scriveva Travaglio in occasione dello scandalo che portò alle dimissioni di Carlo Malinconico dalla nomina a sottosegretario con delega all’editoria.
La questione aveva fatto nascere una diatriba tra il Fatto Quotidiano, la Repubblica e il Manifesto. Il Fatto attaccava i giornali che usufruiscono del finanziamento pubblico, accusandoli di aver dato la notizia dello scandalo che investiva il sottosegretario Malinconico mentre il Manifesto rispondeva ricordando che l’attuale direttore del Fatto Antonio Padellaro, quando era alla guida de l’Unità, firmò nell’agosto del 2006 insieme ai direttori di Europa, Liberazione, Secolo d’Italia e Padania, un appello in difesa proprio del finanziamento pubblico ai giornali. «In Italia esiste la tradizione dei quotidiani di partito. Questi giornali hanno avuto, e hanno, una funzione molto importante», si leggeva nell’appello di Padellaro. «Rappresentano la pluralità delle informazioni e delle opinioni in un mercato editoriale assai ristretto e controllato da pochi gruppi». «I giornali di partito – continuava Padellaro – sono uno strumento fondamentale di dibattito, di informazione e di lotta politica. Un pezzo importante del nostro sistema democratico. Oggi i giornali di partito sono in forti difficoltà economiche. Soprattutto perché sono tagliati fuori quasi completamente dagli investimenti pubblicitari. Vi forniamo questo dato: i grandi giornali di informazione ricevono 1 euro dalla pubblicità per ogni euro ottenuto dalle vendite. Giornali come ‘Liberazione’ o ‘II Secolo d’Italia’ ottengono per ogni euro di incassi da vendite circa 3 centesimi di pubblicità. Si vede bene che c’è una disparità insopportabile e per sanare questa disparità occorre il finanziamento pubblico dei giornali di partito. Se si rinuncia al finanziamento pubblico si rinuncia a una parte fondamentale della libertà di informazione».
«Il successo del Fatto è nell’indipendenza che gli permette di fare ciò che gli altri non hanno il coraggio di fare» aveva ribadito Peter Gomez, azionista e fondatore della casa editrice, in un’intervista a Italia Oggi del 14 febbraio scorso.
Paradossalmente, la motivazione che giustifica i finanziamenti ai giornali è stata “confermata” proprio dalla ultime scelte editoriali del giornale di Padellaro che ha dovuto fare i conti con le leggi del mercato e chiudere un occhio su ciò che poteva essere interessante e altamente informativo ma poco remunerativo. Così la società per azioni de Il Fatto ha detto addio al supplemento culturale ‘Saturno’: le otto pagine settimanali di libri, arti, cinema, scienze, dal punto di vista delle vendite non hanno mai dato molte soddisfazioni, a fronte di un budget non esagerato ma neppure minimo (si parla di un costo di circa 10mila euro a numero, per un totale di 500 mila euro l’anno), non si è registrato un aumento di copie vendute al venerdì, giorno di uscita dell’allegato culturale, e neppure una significativa raccolta pubblicitaria.
In un articolo di Italia Oggi si legge che il quotidiano di Padellaro, che come sottotitolo mantiene la frase “Non riceve nessun finanziamento pubblico”, ha presentato domanda per beneficiare del credito d’imposta al 10% sull’acquisto della carta. Dobbiamo preoccuparci? Non stiamo forse perdendo l’ultima voce libera d’Italia?
Massimo De Bellis

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