Il 25 aprile i Radicali scendono in piazza a sostegno del gruppo editoriale Romeo, editore de Il Riformista, diretto da Claudio Velardi, e dell’Unità, diretta da Piero Sansonetti.
L’argomento questa volta è l’impatto sui conti dei giornali delle querele per diffamazione. Un problema di grande attualità che rimane sempre fuori dal dibattito politico. Il problema diventa ancora più rilevante quando i querelanti sono i magistrati.
Il caso Sansonetti e la condanna
L’episodio più recente è la condanna per diffamazione che ha riguardato Piero Sansonetti e il suo editore, in relazione agli articoli sul dossier “mafia-appalti”. Il giornale edito dalla Romeo editore, che fa capo ad Alfredo Romeo, è stato condannato ad un risarcimento di 100.000 euro per una causa di diffamazione mossa da Roberto Scarpinato e Giuseppe Lo Forte.
L’allarme è stato lanciato dal direttore dell’Unità che, in un editoriale pubblicato qualche giorno fa sull’Unità, ha reso noto che la Romeo, nei suoi pochi anni di attività, è già stata condannata a pagare quasi 2 milioni di euro per cause mosse da magistrati, sia inquirenti che giudicanti.
La società editrice dei giornali diretti da Velardi e Sansonetti può contare sulla solidità economica e patrimoniale del suo editore, Alfredo Romeo, per cui, anche se con difficoltà, dovrebbe essere in grado di far fronte a quanto previsto dalle sentenze che, comunque, in attesa dell’ultimo grado di giudizio, sono quasi sempre immediatamente esecutive.
Come spesso accade in Italia, la solidarietà di parte della politica va verso i giornali più conosciuti, perché editi da gruppi editoriali solidi o perché diretti da direttori noti. Ma spesso casi analoghi colpiscono giornali più piccoli e l’effetto delle condanne è l’inevitabile chiusura. Solo a titolo esemplificativo, lo storico quotidiano di Ischia, Il Golfo, edito e diretto da Domenico Di Meglio, chiuse per una sentenza di condanna milionaria a seguito di un’azione giudiziaria promossa da un magistrato.
L’European Media Freedom Act, provvedimento ad oggi non ancora attuato dal legislatore italiano, prevede – tra le altre misure – forme di tutela giurisdizionale a favore di editori e giornalisti. Tutela non significa certo immunità, ma equilibrio tra eventuale condotta diffamatoria e condanna al danno. E da anni si parla di misure volte a contrastare le cosiddette liti temerarie, spesso promosse da presunti diffamati nei confronti delle testate giornalistiche.
Un punto molto delicato riguarda le azioni mosse dai magistrati. È del tutto pacifico che le azioni giudiziarie, sia civili che penali, vadano ricondotte alla giurisdizione ordinaria e che, quindi, la competenza a decidere in materia di diffamazione sia dei magistrati. Ma esiste un profilo di equilibrio quando i magistrati sono tenuti ad esprimersi su questioni rilevanti che concernono interessi patrimoniali di altri magistrati. Non è un problema di pregiudizio nei confronti della magistratura, ma, come detto, di equilibrio tra poteri, entrambi tutelati costituzionalmente.
I giornalisti devono poter esercitare la loro funzione liberamente, muovendo, se lo ritengono, critiche nei confronti di chiunque. Questo è il presupposto della libertà di stampa. Chiaramente si debbono assumere la responsabilità di quanto scrivono, rispondendone penalmente, ma appare sempre più anacronistico il ricorso alla pena detentiva, e patrimonialmente.
I giudici hanno chiaramente il diritto di tutelare la propria dignità nell’ipotesi di articoli che presentino il carattere della diffamazione. Tutto ciò è pacifico.
Ma è giusto che la determinazione del danno subito dai giudici venga decisa da altri giudici? Non sarebbe ipotizzabile introdurre nell’ordinamento strumenti di deroga all’ordinaria giurisdizione per tutelare la libertà d’espressione, come collegi composti da giudici, giuristi e giornalisti?
La libertà di stampa e di espressione sono argomenti complessi che richiedono strumenti complessi.
Piero Sansonetti e Claudio Velardi aprono un caso, ma hanno alle spalle un editore solido. Migliaia di giornalisti, invece, hanno la vita devastata da condanne a danni del tutto sproporzionati rispetto alle loro possibilità. E spesso queste condanne hanno fatto chiudere, letteralmente, i giornali. Sarebbe opportuno che questo diventi un argomento del dibattito politico, da affrontare in un clima di confronto costruttivo ed equilibrato. Ma, come diceva qualcuno, c’è un clima che manca l’aria.







