Accordo negli Stati Uniti tra Google e gli editori per l’utilizzo dei contenuti da parte dell’IA

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Negli Stati uniti Google ha iniziato a pagare alcuni editori per i contenuti utilizzati nelle risposte della propria intelligenza artificiale. Il programma sperimentale, denominato “AI contribution pilot”, riguarda Gemini, AI Overviews e AI Mode. Il compenso scatta quando la piattaforma considera significativo il contributo di un contenuto alla risposta generata. Gli editori aderenti possono consultare i pagamenti attraverso la Search Console.

Secondo le informazioni raccolte da The Information e riprese dalla stampa specializzata, circa cento editori hanno chiuso l’accordo con Google, con risultati molto diversi: alcuni siti riceveranno meno di mille dollari in diversi mesi, mentre un’impresa editoriale potrebbe superare un milione di dollari all’anno. Cifre che suggeriscono prudenza prima di parlare di una soluzione per la sostenibilità dell’informazione.

La novità merita comunque attenzione. Pagare per il contributo alle risposte dell’AI significa riconoscere un valore economico ai contenuti anche quando il loro utilizzo non produce una visita al sito dell’editore. È proprio qui che cambia il rapporto con il motore di ricerca. Se il lettore trova già la risposta sulla piattaforma, può venire meno il passaggio sul giornale e, con esso, l’opportunità di generare ricavi pubblicitari o nuovi abbonamenti.

Il problema è chi determina quel valore e come. Le testimonianze raccolte da Digiday descrivono un sistema ancora poco trasparente, nel quale gli editori vedono quanto ricevono senza disporre di informazioni sufficienti per comprendere il calcolo. Google utilizza i contenuti, ne valuta il contributo e stabilisce il compenso. Il rischio è che alla dipendenza dal traffico si aggiunga quella da una remunerazione sulla quale l’editore ha scarsa capacità di controllo.

Per l’Italia, secondo quanto riferito da ItaliaOggi, non risultano ancora test del nuovo programma. Il tema si inserisce però nel confronto avviato dall’Agcom, che ha istituito un tavolo tecnico sul pluralismo e sulla tutela del diritto d’autore nelle piattaforme che utilizzano sistemi di intelligenza artificiale.

L’esperimento americano offre quindi un’indicazione utile: remunerare i contenuti utilizzati dall’AI è possibile. Perché diventi un’opportunità concreta servono però criteri conoscibili, utilizzi verificabili e condizioni accessibili a tutti gli editori più piccoli. L’informazione professionale ha costi reali: redazioni, lavoro, verifiche e responsabilità. Il suo valore non può dipendere soltanto dalla decisione di chi lo utilizza.

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