Giornalismo italiano, professione sempre più povera: autonomi in maggioranza e compensi fino al 76% più bassi

0
97
contratto

Il giornalismo italiano invecchia, il lavoro autonomo diventa prevalente e il divario economico tra dipendenti e collaboratori raggiunge livelli preoccupanti. È la fotografia che emerge dal nuovo Osservatorio sul Giornalismo dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, presentato il 21 ottobre 2026. Un’indagine che mette in luce le profonde trasformazioni della professione e solleva interrogativi sulla sostenibilità economica dell’informazione. Il dato più significativo riguarda proprio il mercato del lavoro: il 51,7% dei giornalisti e dei comunicatori considerati nell’indagine opera in forma autonoma, mentre la retribuzione media del lavoro autonomo giornalistico risulta inferiore del 76% rispetto a quella dei dipendenti. Una distanza che racconta quanto sia diventato difficile costruire una carriera stabile e adeguatamente remunerata nel settore editoriale.

Il rapporto, giunto alla quarta edizione e realizzato dall’AGCOM con il supporto della Fondazione sul giornalismo italiano Paolo Murialdi, analizza l’evoluzione della professione attraverso dati occupazionali, economici e un questionario al quale hanno risposto 1.771 persone nell’ultimo trimestre del 2025. I risultati sono stati riponderati rispetto alla popolazione professionale censita dagli enti previdenziali alla fine del 2024. Secondo l’Autorità, in quell’anno i giornalisti attivi in Italia erano 39.207, con un’età media vicina ai 50 anni. Gli uomini rappresentavano il 57,1% del totale, mentre Lombardia e Lazio concentravano insieme circa il 45% degli occupati. Ma è soprattutto l’invecchiamento della categoria a destare attenzione: gli ultrasessantenni sono più che raddoppiati rispetto al 2013 e rappresentano ormai il 20,5% dei giornalisti attivi. Un fenomeno che riflette il progressivo cambiamento della struttura occupazionale e pone il problema del ricambio generazionale nelle redazioni.

La trasformazione non riguarda soltanto l’età. Il giornalista che lavora stabilmente all’interno di una redazione rappresenta una componente sempre meno dominante rispetto a un mercato professionale caratterizzato da collaborazioni, attività autonome e percorsi lavorativi diversificati. Il 65,2% dei giornalisti attivi opera esclusivamente per testate giornalistiche, mentre il 17,6% lavora soltanto nella comunicazione o negli uffici stampa e il restante 17,2% combina attività giornalistica e comunicazione. Una distribuzione che dimostra quanto i confini tradizionali della professione siano diventati più articolati. Il problema non è il lavoro autonomo in sé, che può rappresentare una scelta professionale qualificata, ma la sua sostenibilità quando diventa una necessità economica accompagnata da compensi insufficienti e da una limitata continuità degli incarichi. Il divario retributivo rilevato dall’AGCOM non significa che ogni collaboratore guadagni esattamente il 76% in meno di un dipendente a parità di mansioni e ore lavorate, ma evidenzia una differenza media molto ampia tra le due condizioni occupazionali. Sul fondo emerge una crisi economica che coinvolge l’intero settore. Tra il 2021 e il 2025 i ricavi dei quotidiani sono passati da 1,494 miliardi a 1,059 miliardi di euro, con una contrazione di circa il 29%. Una diminuzione che contribuisce a spiegare le difficoltà delle imprese editoriali nel sostenere gli organici e investire in nuove competenze. Il rischio è che la riduzione delle risorse produca un effetto a catena: meno giornalisti assunti, maggiore ricorso a collaboratori esterni, compensi sotto pressione e minori possibilità di dedicare tempo a inchieste, verifiche e approfondimenti. Non si tratta di attribuire automaticamente ogni trasformazione occupazionale alla crisi dei ricavi, ma di riconoscere che il deterioramento delle condizioni economiche delle imprese può riflettersi direttamente sulla qualità e sulla continuità del lavoro giornalistico.

Il digitale, intanto, avanza più rapidamente delle competenze professionali. Il 30% dei giornalisti svolge attività di web journalism, comprese newsletter e podcast, mentre nelle testate tradizionali il 60% lavora sia sui prodotti offline sia su quelli online. Tra gli under 40 le fonti digitali hanno superato per la prima volta quelle tradizionali. Motori di ricerca e servizi di messaggistica istantanea sono ormai strumenti quotidiani, utilizzati rispettivamente dal 78% e dal 68% dei giornalisti. Eppure soltanto il 16% raggiunge livelli di competenza digitale medio-alti o alti, mentre il 49% si colloca sotto la media. È una contraddizione significativa: alle redazioni vengono richieste capacità tecnologiche sempre più avanzate, ma la formazione non sembra procedere con la stessa velocità. L’indagine segnala una forte domanda di aggiornamento professionale, soprattutto sull’intelligenza artificiale, sul controllo delle informazioni e sulla geopolitica. Il quadro diventa ancora più delicato osservando la percezione della qualità del giornalismo e della sicurezza professionale. Oltre la metà degli intervistati ritiene che gli standard etici della professione si siano indeboliti, mentre il 16% dichiara di aver subito minacce o intimidazioni nell’ultimo anno. Sono dati che descrivono un ambiente lavorativo nel quale alle difficoltà economiche si affiancano pressioni professionali e problemi di tutela. La precarietà economica non determina automaticamente una perdita di indipendenza, ma può rendere più difficile sostenere il costo di un’inchiesta complessa, rifiutare condizioni di lavoro inadeguate o affrontare controversie legali. Per questo la sostenibilità del giornalismo non può essere misurata soltanto attraverso i bilanci delle aziende: deve comprendere anche le condizioni concrete nelle quali l’informazione viene prodotta.

Il nuovo Osservatorio AGCOM consegna quindi all’editoria italiana un problema che non può essere risolto esclusivamente attraverso l’innovazione tecnologica. L’intelligenza artificiale, le piattaforme digitali e i nuovi formati editoriali possono modificare l’organizzazione delle redazioni e aprire opportunità commerciali, ma non sostituiscono la necessità di una professione capace di attrarre giovani, valorizzare le competenze e garantire condizioni economiche dignitose. Se il giornalismo continua a invecchiare e il lavoro autonomo rimane associato a un divario retributivo così elevato, il rischio è che le nuove generazioni considerino sempre meno conveniente intraprendere questa carriera. La questione riguarda anche gli editori, chiamati a trovare modelli di business capaci di sostenere non soltanto la distribuzione delle notizie, ma soprattutto la loro produzione. Una testata può raggiungere milioni di utenti attraverso il digitale, sperimentare nuovi abbonamenti e utilizzare strumenti tecnologici avanzati, ma senza professionisti adeguatamente formati e remunerati rischia di indebolire il proprio patrimonio più importante: la credibilità.

Il dato più allarmante del rapporto non è soltanto che i giornalisti italiani siano sempre più anziani o che oltre la metà lavori autonomamente. È che il settore rischia di chiedere competenze sempre maggiori offrendo, a una parte consistente dei professionisti, prospettive economiche sempre più fragili. E se l’editoria non riuscirà a rendere nuovamente sostenibile il mestiere di giornalista, il problema non sarà soltanto trovare qualcuno disposto a scrivere le notizie di domani, ma garantire che esistano ancora le condizioni per produrle con indipendenza, qualità e responsabilità.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome