Federtennis entra ne “La Stampa”: sempre più commistione tra pubblico e privato nell’informazione

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L’ingresso della Federazione italiana tennis e padel nel capitale sociale della Sae, la società che a breve editerà lo storico quotidiano torinese “La Stampa”, solleva rilevanti interrogativi sotto il profilo giuridico e dell’autonomia dell’informazione.
La scalata dell’imprenditore abruzzese Alberto Leonardis alle testate locali cedute dalla Gedi si perfeziona con l’acquisto del più importante quotidiano locale edito dal gruppo.
L’impressione è che la logica dell’operazione sia più finanziaria e relazionale che strettamente editoriale e industriale, ossia finanziare queste acquisizioni con capitale di terzi, fondazioni bancarie e gruppi imprenditoriali, per entrare nel salotto buono dell’editoria italiana. I risultati economici delle imprese coinvolte sembrano passare in secondo piano rispetto ad una progettualità dichiarata che, almeno fino ad oggi, non pare avere trovato un reale riscontro né sul mercato né tra i dipendenti.
Ma tutto questo sarebbe un problema esclusivamente privato: se ci sono soci che mettono dei soldi e sono disposti a perderli, nulla quaestio. Il punto cambia quando ad entrare nel capitale è una federazione sportiva che, pur essendo formalmente un’associazione con personalità giuridica di diritto privato, esercita funzioni caratterizzate da una evidente rilevanza pubblicistica.
Infatti, una nutrita giurisprudenza amministrativa e contabile considera le federazioni sportive soggetti privati dotati di una forte rilevanza pubblicistica. Le federazioni esercitano funzioni di interesse pubblico delegate dal CONI, ricevono contributi pubblici, operano sotto vigilanza pubblica, esercitano poteri regolatori e, in numerosi casi, sono assoggettate ai principi di trasparenza e ai controlli tipici dell’amministrazione pubblica. Non si tratta quindi di semplici associazioni private che decidono di effettuare un investimento finanziario in un qualsiasi settore economico.

L’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416 vietò agli enti pubblici e alle società a partecipazione statale di acquisire partecipazioni in imprese editrici di quotidiani e periodici. L’idea era quella di assicurare che l’informazione potesse essere autonoma rispetto ai centri di potere pubblico. Di anni ne sono passati più di quaranta, un’era geologica per l’informazione. Ma il principio appare ancora oggi condivisibile.

Il punto diventa quindi giuridico ed è relativo al corretto inquadramento formale della Federazione guidata da Binaghi ormai da venticinque anni, come soggetto privato o pubblico. Ed è proprio qui che si apre una zona grigia normativa probabilmente mai affrontata fino in fondo dal legislatore. La questione, però, non è soltanto tecnica ma anche di opportunità istituzionale. Perché se le associazioni che esercitano anche funzioni pubblicistiche entrano nel settore dell’informazione generalista, il rischio è che il loro peso economico e relazionale finisca inevitabilmente per estendersi oltre le finalità sportive o associative proprie della federazione.

Ed è proprio questo il punto: quando soggetti che esercitano funzioni pubblicistiche entrano nel capitale dei giornali, il tema dell’autonomia dell’informazione smette di essere teorico e torna ad essere un problema concreto.

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