Le norme in tema di equo compenso agli editori per l’utilizzo online dei contenuti giornalistici furono varate cinque anni fa. L’intelligenza artificiale sembrava ancora di là da venire, Musk non aveva comprato Twitter, nel mondo c’era la pace. E sembrava che nel settore dell’informazione, almeno in Europa, si fosse trovato un sistema per far dialogare piattaforme tecnologiche ed editori.
A distanza di anni la situazione è totalmente cambiata, ci sono due guerre che stanno ridisegnando gli equilibri internazionali, Elon Musk ha portato le sue società, in tutti i sensi, tra le stelle, Vannacci è accreditato come leader politico, il Presidente del Consiglio dei ministri italiano è una donna. E, guardando ai piccoli orticelli, si tiene a Firenze un interessante convegno di studi dedicato all’attuazione della disciplina dell’equo compenso e alla recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea nel caso Meta-Agcom.
Appuntamento utile per ragionare sul diritto, sulle prospettive di un’Europa che prova a regolamentare mercati e tecnologie sviluppati altrove. Ma il punto reale è che le piattaforme hanno alzato un muro contro la volontà del legislatore di riconoscere agli editori un compenso.
Il potere di questi soggetti è enorme, in quanto dispongono di algoritmi che incidono in misura determinante sulla visibilità dei contenuti. E non è un caso che in questi ultimi anni molti editori lamentino una significativa riduzione della visibilità organica dei propri contenuti. È enorme in quanto possono muovere contenziosi in un sistema giudiziario nel quale la durata dei processi continua a rappresentare uno dei principali fattori di inefficienza; e il tempo è tutto a favore delle grandi piattaforme perché ogni anno aumentano la propria quota sul mercato pubblicitario, mentre gli editori versano in condizioni economiche sempre più difficili. È enorme in quanto riescono anche ad influenzare l’opinione pubblica.
Nella giornata di ieri durante il convegno fiorentino, il sottosegretario all’editoria, Alberto Barachini, ha evidenziato come sia necessario favorire gli accordi tra editori e piattaforme e superare l’opacità che caratterizza il funzionamento dei grandi operatori digitali. In analoga direzione le indicazioni del Presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni Giacomo Lasorella e della segretaria generale dell’Fnsi Alessandra Costante.
Ma il punto è che di evidenze, raccomandazioni ed esortazioni il settore non ne ha più bisogno. È troppo tardi. Il percorso delineato dal legislatore in tema di equo compenso prevede una negoziazione tra piattaforme ed editori. Negoziazione obbligatoria per legge, assistita dall’intervento dell’Agcom in caso di mancato accordo, e regolamentata da un procedimento amministrativo.
Ma le piattaforme hanno dimostrato di essere in grado non tanto di eludere la norma, quanto di rallentarne significativamente l’attuazione attraverso il contenzioso. È un dato di fatto. A questo punto deve intervenire il legislatore con norme che impongano una contribuzione a carico delle grandi piattaforme delegando poi allo Stato la ripartizione tra i soggetti che ne hanno diritto sulla base di norme condivise.
La logica di mercato non è questa, per carità, ma questo non è un mercato, non lo è più. Pochi monopolisti globali dettano le proprie regole. E bisogna intervenire. Perché una legge che può essere neutralizzata per anni attraverso il contenzioso rischia di trasformarsi in una semplice dichiarazione di principio. E un diritto che resta soltanto sulla carta finisce per non essere più un diritto.