L’editoria italiana sta vivendo un momento di rara instabilità. Tutti i nodi stanno venendo al pettine e, mai come oggi, l’informazione è a rischio.
Oggi lo sciopero dei giornalisti per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro è la notizia. Ma dietro c’è molto di più.
La dismissione di tutte le testate del Gruppo Gedi, con uno “spezzatino” che mai sarebbe stato immaginabile e con la cessione de la Repubblica ad un imprenditore greco, sarebbe sembrata fantascienza appena cinque anni fa. Ma è realtà.
Purtroppo, però, anche altri giornali che fanno capo a grandi gruppi imprenditoriali sono in difficoltà. Una difficoltà testimoniata dalle continue richieste della Fieg di rifinanziare il fondo straordinario per il pluralismo.
Il Governo resta prudente, come fanno da sempre i governi su questo argomento. La tutela del pluralismo attraverso il finanziamento pubblico viene sempre sostenuta dal Parlamento, per definizione più attento alla garanzia delle minoranze rispetto alla maggioranza.
Ma, chiaramente, più il Governo è forte e più le opposizioni hanno poca voce, almeno finché qualche milione di italiani decide di dire “no”.
Tuttavia, i grandi giornali operano tagli sensibili nelle redazioni, e qualche risultato lo vedono, se c’è il finanziamento pubblico, tanto che – ed è notizia di qualche giorno fa – riescono anche a staccare qualche dividendo.
Ma, intanto, le grandi piattaforme drenano la gran parte delle risorse, resistendo, tra l’altro, a norme già in vigore volte a riequilibrare il mercato.
La situazione dei giornali di dimensioni minori, in gran parte cooperative o non profit, è ancora peggiore. Non hanno grandi imprenditori alle spalle, anzi non hanno proprio nessuno.
Su di loro, tra l’altro, pende la spada di Damocle dell’abolizione del contributo diretto voluto dall’ex sottosegretario all’editoria Vito Crimi, quello che diceva che si informava su Telegram, ignorando la differenza tra piattaforma e contenuti.
Comunque, mentre il prode Crimi ha trovato una sistemazione perfetta nel cuore di una scatoletta di tonno, migliaia di giornalisti non conoscono il loro futuro a causa sua.
Ma non è finita qui.
Due colossi del web, Fanpage e Citynews, sono stati duramente sanzionati dall’Inps nel corso di un’ispezione per una presunta violazione del contratto nazionale. O meglio, l’accusa è stata quella di applicare un contratto di lavoro non valido.
E, per reazione, Citynews avrebbe licenziato cinque giornalisti senza una valida ragione, secondo quanto riportato da altre testate.
I giornalisti chiedono di più ai grandi editori e questi lamentano una situazione di mercato insostenibile.
Hanno ragione i primi, hanno ragione i secondi, ma ancora più fondata è la posizione dei cronisti dei piccoli giornali, spesso imprenditori di sé stessi, in quanto costituiti sotto forma di cooperativa: per loro il problema non è lo stipendio, ma il rischio concreto di perdere il lavoro. E il Paese rischia la chiusura di centinaia di voci libere.
Ma mica è finita qui.
C’è un provvedimento europeo, il Media freedom act, che prevede norme in tema di governance della Rai, di tutela dei giornalisti dal potere giudiziario, di equa distribuzione della pubblicità, teoricamente in vigore ma di fatto ancora inattuato.
E, intanto, scompaiono le edicole e le Poste, che hanno decine di milioni di euro all’anno dal fondo per il pluralismo, riescono nella consegna delle copie a fare peggio dei treni in termini di puntualità.
In questa baraonda c’è un’unica certezza: l’assenza di un vero progetto di riforma di un settore che tenga conto della posta in gioco per la democrazia.
Alla fine, vince Fedez.







