Mentre il Parlamento discute la riforma della legge sulla diffamazione a mezzo stampa con l’obiettivo meritorio di cancellare il carcere per i giornalisti colpevoli di questo reato è utile ricordare l’esigenza che le pene pecuniarie alternative alla detenzione siano proporzionate e non eccessive, perché se non lo fossero potrebbero determinare, al di là delle intenzioni, una limitazione di un diritto di grande rilevanza, qual è la libertà di espressione e di informazione, come ha più volte ricordato la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).
Il testo base della proposta di legge in discussione al Senato prevede: “Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, la persona offesa può chiedere, oltre il risarcimento dei danni ai sensi dell’articolo 185 del codice penale, una somma a titolo di riparazione. La somma è determinata in relazione alla gravità dell’offesa e alla diffusione dello stampato e non può essere inferiore a 30.000 euro”.
Sono previste anche multe fino a diecimila euro. Cifre che possono pesare moltissimo sui piccoli e sui piccolissimi giornali e perciò hanno destato serie preoccupazioni.
Dal 1959 in poi la giurisprudenza della Corte di Strasburgo ha più volte sottolineato che le sanzioni a carico dei giornalisti costituiscono in sé un’ingerenza nell’esercizio della libertà di espressione e perciò vanno attentamente considerate sotto questo aspetto.
Con ripetuti pronunciamenti la Corte ha affermato che la libertà di espressione è un diritto centrale nel sistema di salvaguardia dei diritti dell’uomo. I giudici di Strasburgo hanno sottolineato la rilevanza pubblica del ruolo degli organi di stampa: riferire al grande pubblico i fatti di interesse generale.
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