Deepfake e satira, il Garante interviene sul caso Mentana: l’intelligenza artificiale non cancella i diritti della persona

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L’intelligenza artificiale sta cambiando anche il linguaggio della televisione e della satira. Ricostruire digitalmente un volto, riprodurre una voce e far pronunciare a una persona parole mai dette è ormai tecnicamente possibile con risultati sempre più realistici. Ma proprio questa capacità apre una questione destinata a diventare centrale per il mondo dell’informazione e dell’intrattenimento: fino a dove può arrivare la manipolazione di un’identità reale?

Il caso che ha coinvolto Enrico Mentana e Striscia la Notizia offre una prima risposta significativa. Il Garante per la protezione dei dati personali ha ammonito R.T.I. S.p.A., editore del programma, dopo aver esaminato alcuni filmati nei quali immagine e voce del giornalista erano state manipolate attraverso sistemi di intelligenza artificiale. L’Autorità ha inoltre vietato l’ulteriore utilizzo dei dati di Mentana secondo le modalità contestate, fatta salva l’eventuale conservazione necessaria per esigenze giudiziarie.

La vicenda è particolarmente interessante perché non riguarda un deepfake realizzato per una truffa, per estorcere denaro o per costruire deliberatamente una falsa notizia. I contenuti erano inseriti in un contesto dichiaratamente satirico. Ed è proprio questo elemento a rendere il provvedimento rilevante: la finalità ironica non crea automaticamente una zona franca rispetto alle norme sulla protezione dei dati.

Il diritto di satira continua naturalmente a rappresentare una forma importante della libertà di espressione. Può utilizzare esagerazione, paradosso, imitazione e deformazione della realtà. Con l’intelligenza artificiale, però, cambia radicalmente la potenza dello strumento utilizzato.

Una caricatura mostra immediatamente la propria natura. Un imitatore, per quanto bravo, rimane generalmente riconoscibile come tale. Un deepfake sofisticato può invece riprodurre volto, voce, espressioni e ambientazione di una persona con un livello di realismo tale da rendere molto più difficile distinguere immediatamente ciò che è autentico da ciò che è stato costruito artificialmente.

Nel caso esaminato dal Garante, Mentana appariva virtualmente nell’ambiente televisivo riconducibile al suo ruolo professionale e gli venivano attribuite dichiarazioni che non aveva pronunciato. L’istruttoria ha considerato anche la diffusione dei filmati sul web e sui social e la capacità concreta del pubblico di comprenderne la natura artificiale.

È questo uno degli aspetti più importanti della decisione.

Non basta necessariamente che da qualche parte venga indicato che un contenuto è stato realizzato con l’intelligenza artificiale. L’informazione deve essere percepibile e adeguata alle caratteristiche del contenuto e alle modalità con cui viene fruito. Un video televisivo può infatti essere visto quando è già iniziato; un frammento può essere estratto dalla trasmissione originale e circolare autonomamente sui social; una clip può essere condivisa migliaia di volte perdendo progressivamente il contesto nel quale era stata originariamente pubblicata.

Il problema diventa quindi quello della riconoscibilità del falso.

Più una ricostruzione artificiale appare credibile, maggiore diventa l’esigenza di rendere evidente al pubblico che ciò che sta guardando non corrisponde a una dichiarazione realmente pronunciata dalla persona rappresentata.

Il Garante ha richiamato i principi di liceità, correttezza e trasparenza nel trattamento dei dati personali e ha sottolineato che l’utilizzo dei deepfake, anche in ambito satirico, deve rispettare la dignità della persona.

La decisione apre quindi un fronte che interessa molto più della singola controversia televisiva.

Volto e voce sono diventati, nell’economia dell’intelligenza artificiale, una materia digitale facilmente riproducibile. Bastano immagini e registrazioni disponibili pubblicamente per creare rappresentazioni artificiali sempre più convincenti. Giornalisti, politici, attori, imprenditori e personaggi conosciuti sono particolarmente esposti perché online esistono enormi quantità di materiale audiovisivo che li riguarda.

Ma lo stesso problema può interessare qualsiasi cittadino.

Una fotografia pubblicata sui social, una registrazione audio o pochi secondi di video possono diventare materiale utilizzabile per creare contenuti che una persona non ha mai realizzato. La questione, quindi, non riguarda soltanto la reputazione dei personaggi pubblici: coinvolge direttamente il controllo che ciascun individuo può esercitare sulla propria identità digitale.

Il caso Mentana evidenzia inoltre una trasformazione più profonda del concetto stesso di disinformazione. Fino a pochi anni fa una falsa dichiarazione poteva essere riportata all’interno di un testo. Oggi è possibile mostrare apparentemente la persona mentre la pronuncia.

La differenza è enorme.

L’immagine e la voce possiedono una capacità persuasiva molto superiore alla semplice parola scritta. Vedere un volto conosciuto pronunciare una frase tende istintivamente a produrre nello spettatore una percezione di autenticità. Ed è proprio questa fiducia visiva che i deepfake sono in grado di mettere in crisi.

Il problema diventa ancora più delicato con i social network. Un contenuto nato come parodia può essere separato dal programma originario, tagliato, ripubblicato e condiviso senza spiegazioni. Dopo numerosi passaggi può arrivare a un utente che non conosce né la provenienza del filmato né la sua finalità iniziale.

La responsabilità di chi produce un deepfake non può quindi essere valutata esclusivamente osservando il momento della prima pubblicazione. Occorre considerare anche la prevedibile capacità del contenuto digitale di circolare autonomamente.

La vicenda si inserisce, peraltro, in una crescente attenzione del Garante nei confronti delle manipolazioni generate dall’intelligenza artificiale. L’Autorità aveva già richiamato i rischi derivanti da servizi capaci di creare e condividere contenuti artificiali utilizzando immagini e voci di persone reali, sottolineando le possibili conseguenze sui diritti e sulle libertà fondamentali.

Non significa che satira e intelligenza artificiale siano incompatibili. Significa piuttosto che l’innovazione tecnologica modifica anche le responsabilità di chi produce contenuti.

La televisione, l’editoria e il mondo dell’intrattenimento potranno certamente utilizzare strumenti generativi per sperimentare nuovi linguaggi. Ma quanto più questi strumenti diventano capaci di imitare perfettamente una persona reale, tanto maggiore dovrà essere l’attenzione alla trasparenza e alla possibilità per il pubblico di distinguere la realtà dalla simulazione.

Il provvedimento sul caso Mentana rappresenta dunque un precedente importante soprattutto sul piano culturale. Ci ricorda che l’intelligenza artificiale non elimina le regole esistenti soltanto perché introduce possibilità tecniche nuove.

Al contrario, rende ancora più importante stabilire dove finisce la libertà creativa e dove comincia la tutela dell’identità individuale.

Il vero confine dei deepfake potrebbe essere proprio questo: non impedire l’uso dell’intelligenza artificiale nella satira e nell’intrattenimento, ma impedire che il realismo tecnologico trasformi una finzione in qualcosa che il pubblico possa ragionevolmente scambiare per realtà.

In un mondo nel quale sarà sempre più difficile fidarsi automaticamente di ciò che vediamo e ascoltiamo, la trasparenza non sarà soltanto un obbligo giuridico. Diventerà uno degli elementi fondamentali per preservare la fiducia nell’informazione digitale.

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