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Contributi editoria. La Camera discute la proposta di legge per l’abolizione

La Camera dei deputati discute oggi  dell’esame della proposta di legge recante abolizione del finanziamento pubblico all’editoria (C. 1990 Brescia). Già la settimana scorsa sono emerse le due impostazioni differenti, quando il Pd ha avanzato una propria proposta di legge che riassume i lavori portati avanti in questi mesi dal sottosegretario Luca Lotti, risultato anche degli incontri avuti con editori, giornalisti ed edicolanti. Al centro della riforma suggerita c’ è l’ istituzione del Fondo per il pluralismo e l’ innovazione dell’ informazione, con una durata quinquennale fino al 2020. Ogni anno i soldi pubblici andranno ripartiti con un decreto della presidenza del consiglio. E in particolare, sul fronte dei contributi diretti, vengono confermati quelli per cooperative giornalistiche ed enti non profit ma sono esclusi gli aiuti a giornali di partito, movimenti politici, sindacali e a periodici tecnici, aziendali o professionali. Per tutti viene previsto l’ obbligo di avere un’ edizione online, oltre a quella cartacea che non è più obbligatoria. Alla base della proposta di legge del Pd c’ è la convinzione che «il venir meno al sostegno all’ informazione, soprattutto locale, quello rappresenterebbe sì un bavaglio all’ informazione», ha dichiarato ieri alla camera Roberto Rampi, deputato Pd e relatore a cui la commissione cultura ha dato mandato di riferire negativamente sulla proposta grillina di abolizione del finanziamento pubblico all’ editoria. Rampi ha aggiunto che «il sostegno all’ editoria è ancora largamente presente e diffuso nei paesi dell’ Unione europea, dove raggiunge nel complesso un livello notevolmente superiore a quello vigente in Italia». Inoltre in Italia, «i grandi giornali d’ informazione non sono più destinatari di alcun contributo diretto», ha sottolineato Rampi, «e le 220 testate beneficiarie di contributi pubblici, costituite in prevalenza da cooperative di giornalisti e da quotidiani e periodici editi da imprese facenti capo a fondazioni o enti morali, rappresentano quantitativamente una realtà minoritaria rispetto all’ insieme delle testate operanti sul mercato».

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