Contributi alle edicole: una misura che non cambia la geografia della crisi

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Negli ultimi venti anni hanno chiuso circa 18.000 edicole. 8.000 negli ultimi dieci. Oggi in Italia secondo stime attendibili sono sopravvissute circa 12.000 edicole, pochissime in un Paese che ha circa 8.000 comuni a cui occorre aggiungere le frazioni. Una volta le edicole di giornali erano come l’ufficio postale, le trovavi dovunque, una rete capillare di diffusione di cultura.

La crisi dell’editoria ha investito l’intero settore in un circolo vizioso in cui le edicole chiudono perché si vendono meno giornali. E i giornali perdono copie perché non ci sono più le edicole. Le edicole sono scomparse dai Paesi, dai centri storici delle grandi città, non c’è ricambio generazionale, poca redditività per un lavoro che richiede un impegno importante in termini di orario. E nel mezzo una rete distributiva che è stata costretta a riorganizzarsi con la creazione di monopoli locali e oligopoli nazionali che sopravvivono perché distribuiscono anche altro e che, comunque, richiedono compensi sempre più alti ai giornali che non hanno alternative.

In questa situazione il sostegno pubblico alla rete di vendita della stampa è stato presentato come uno strumento in grado di contrastare il fenomeno della chiusura delle edicole.

Ma la lettura dei dati dei contributi per il 2025 dice cose diverse. Per i punti vendita non esclusivi sono state ammesse al contributo 558 imprese, per un fabbisogno di circa 542.000 euro. Per i punti vendita in esclusiva per le 4.784 edicole si è dovuto procedere ad una ripartizione dei fondi in quanto il fabbisogno di  circa 11.746.000 euro è risultato superiore rispetto allo stanziamento di dieci milioni di euro. Un contributo medio inferiore ai 2.000 euro che ha richiesto importanti attività di predisposizione della documentazione da parte delle edicole e istruttorie da parte del Dipartimento.

Il primo dato che colpisce è la frammentazione. Nel caso dei punti vendita non esclusivi, il fabbisogno complessivo richiesto è pari a poco più di 540 mila euro, a fronte di uno stanziamento di 3 milioni. Questo significa che il contributo medio per esercizio è molto contenuto, spesso nell’ordine di poche centinaia di euro. Anche per i punti vendita esclusivi, pur su importi complessivi più elevati, la distribuzione resta fortemente polverizzata. Inoltre dalla lettura del decreto relativo ai punti di vendita non esclusivi appare una distribuzione geografica che penalizza fortemente le edicole del Sud rispetto a quelle del Nord. Non è possibile, invece, desumere la distribuzione geografica dei contributi per i punti vendita esclusivi.

Ma l’impressione è che questo contributo non abbia alcuna possibilità di risolvere la crisi delle edicole, un pannicello caldo che può solo far rimandare la decisione di chiudere l’attività.

Sulla distribuzione dei giornali e sulla rete di vendita serve una prospettiva strategica che investa tutto il settore con un carattere di forte organicità. Una visione verticale del settore e non orizzontale. Giornali, distributori, giornalisti, edicole e anche servizi web vanno visti in una dimensione unitaria in quanto un approccio frammentato non consente di predisporre strumenti adeguati ad affrontare una rivoluzione epocale.

Le edicole, o meglio la loro rete, erano un patrimonio nazionale che si sta dissolvendo. Forse si è ancora in tempo, ma occorre fare presto ed avere coraggio.

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