Ricordate quella (brutta) storia di Cambridge Analytica? Ricordate lo scandalo dei dati rubati e venduti da parte dell’attuale Meta? Finisce a tarallucci e vino, come al solito. Gli azionisti, che avevano trascinato Mark Zuckerberg in tribunale chiedendogli di rifondere gli otto miliardi di dollari in multe che l’azienda aveva dovuto subire quando fu scoperto lo scandalo, hanno accettato il patteggiamento offerto dal capo del vapore digitale di Facebook.
Un accordo vantaggioso per tutti. Di cui, però, nessuno sembra voler parlare. Né gli azionisti né tantomeno Zuckerberg e nemmeno i portavoce dell’azienda, di solito tanto solerti quando c’è da commentare decisioni, sentenze e chissà cos’altro. L’unica cosa che si sa è che l’accordo metterebbe fine al contenzioso che si trascina da quasi sette anni (la causa civile fu incardinata e presentata nel 2018) di fronte ai giudici del tribunale del Delaware, negli Stati Uniti. Chiudendo, così, una partita e una vicenda a dir poco imbarazzante per Big Tech. E che ha dimostrato lo strapotere delle aziende digitali e la loro stessa spregiudicatezza nel trattare dati, profili per poi monetizzarci sopra. In fondo, tutto è business. Peccato, però, che (almeno in Europa e persino negli Stati Uniti) esistono leggi e regolamenti che, nonostante ciò che se ne possa pensare alla Silicon Valley e alla Casa Bianca, vanno pur rispettate.
Il caso Cambridge Analytica scoppiò quando un’ex dipendente di Zuckerberg decise di abbandonare il lavoro e di spiattellare al mondo quali fossero le attività a cui ci si dedicava tutto il giorno in azienda.
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