Caso Petrecca e Rai Sport: buttiamola in caciara

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La vicenda del direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca, sta diventando un caso politico sempre più rilevante. La vicinanza del giornalista all’area di governo ha determinato la polarizzazione del dibattito. Il centrodestra ritiene gli attacchi contro il direttore rivolti unicamente a contrastare l’esecutivo e mossi attraverso il consueto ricorso ai sindacati. Il centrosinistra accusa, invece, i vertici Rai di non imporre le dimissioni a Petrecca o, eventualmente, di non sostituirlo.

Ma al di là della contrapposizione politica, il punto centrale della vicenda non è la collocazione del direttore bensì la frattura interna alla redazione. Nel mezzo c’è la riforma della governance della Rai che languisce in Parlamento, nonostante l’European Media Freedom Act preveda l’adozione di principi idonei a garantire l’indipendenza editoriale e gestionale del servizio pubblico rispetto all’esecutivo.

Il punto centrale che si pone in questa fattispecie è quello della posizione della redazione di Rai Sport che ha deciso lo sciopero delle firme e ha già anticipato uno sciopero al termine delle Olimpiadi invernali. Lo sciopero delle firme non è un gesto simbolico qualsiasi: è un atto di sfiducia formale che incide sulla credibilità della testata e segnala una rottura profonda nel rapporto fiduciario tra direttore e giornalisti.

L’unica certezza, quindi, è che il direttore di Rai Sport non gode della fiducia dei suoi redattori. Chiunque conosca come funziona una redazione giornalistica sa perfettamente che un direttore senza autorevolezza è quanto di più nocivo possa accadere a una testata. L’autorevolezza non è un attributo formale legato alla nomina, ma una condizione sostanziale che si fonda sulla fiducia professionale e sulla condivisione delle scelte editoriali fondamentali.

La conduzione della diretta della presentazione delle Olimpiadi ha sollevato critiche diffuse e contribuito ad aggravare un clima già compromesso. In un contesto ordinario, una perdita così evidente di autorevolezza avrebbe potuto condurre a una valutazione sull’opportunità di rimettere il mandato. Ma la sfiducia della redazione dovrebbe oggi imporre alla dirigenza Rai di rimuovere Petrecca dall’incarico.

La concessionaria del servizio pubblico e i suoi dirigenti dovrebbero agire con la consapevolezza della funzione della Rai e della proprietà dello Stato. La Rai è una società per azioni di diritto privato, ma integralmente partecipata pubblicamente: il “proprietario” non è un soggetto economico, bensì la collettività. In qualsiasi emittente privata il proprietario avrebbe preteso le dimissioni del direttore della testata e, in assenza, lo avrebbe rimosso. Nel servizio pubblico, proprio perché la proprietà è pubblica, il livello di responsabilità dovrebbe essere più elevato e non inferiore.

Il problema, in ultima analisi, non è personale ma sistemico. Finché la governance della Rai resterà ancorata a un modello di nomine fortemente condizionato dagli equilibri politici, ogni direttore percepito come espressione di una maggioranza rischierà di trascinare la redazione in una dinamica di contrapposizione permanente. È questa fragilità strutturale – più ancora del singolo caso – a rendere urgente una riforma coerente con i principi europei sull’indipendenza del servizio pubblico.

Trasformare tutto in polemica politica significa fare caciara. La stessa caciara che ha contraddistinto la direzione di Petrecca.

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