Dieci giorni fa il ministro Passera si era detto sicuro di svolgere l’asta per le frequenze tv entro questa legislatura. E il voto era già previsto al 10 marzo. Ora si parla di voto a fine febbraio e tutti si dicono sicuri che la parola fine alla partita iniziata con la cancellazione del vecchio beauty contest e relativo regalo di multiplex a Mediaset e (per forza di cose dupolistiche) anche a Rai) sarà messa dopo il voto. Ieri i tempi erano sufficienti, oggi pare che siamo oltre ogni possibilità. Per quindici giorni? No, perché il governo Monti è dimissionario. Questo vuol dire che non ha più bisogno di usare le frequenze tv di volta in volta come bastone o carota verso un Parlamento dominato da una forte maggioranza berlusconiana. La crisi politica un risultato positivo lo ha raggiunto. Svolgere l’asta in questa fase sarebbe stata la garanzia di un esito economico insoddisfacente, come Affari & Finanza ripete da mesi: c’è la crisi, non ci sono soldi, basta vedere anche la parallela vendita di Ti Media, dove non sono arrivate offerte valide. Più in là, nel 2013 o dopo ancora, l’economia riprenderà. Se le Camere non saranno più prigioniere delle esigenze della famiglia di Arcore allora forse anche gli operatori stranieri si affacceranno in Italia, più sicuri di trovare un mercato tv più degno di tal nome. Ha detto il presidente di AgCom Cardani: «Ci piacerebbe un’asta pulita». Fosse la volta che diventiamo un Paese normale anche
parlando di tv?
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