Barachini rilancia il sostegno pubblico all’editoria: «Senza, l’Italia rischia di essere raccontata da chi ha altri interessi»

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Il sostegno pubblico all’editoria non come semplice aiuto economico a un settore in difficoltà, ma come strumento per preservare pluralismo, indipendenza dell’informazione e capacità del Paese di raccontare se stesso. È questo il passaggio politicamente più significativo dell’intervento del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Informazione e all’Editoria Alberto Barachini, intervenuto il 9 settembre in videocollegamento al convegno The Balkans Meet in Trieste, organizzato dall’ANSA in occasione della 34ª assemblea generale dell’Association of Balkan News Agencies Southeast Europe. Barachini ha legato nello stesso ragionamento contributi pubblici, intelligenza artificiale, piattaforme digitali e sostenibilità economica del giornalismo, arrivando a chiedere anche la costituzione di un fondo europeo di sostegno all’informazione.

Il punto centrale è una frase destinata probabilmente ad alimentare il dibattito nel settore: secondo Barachini, azzerando il contributo pubblico all’informazione l’Italia rischierebbe in poco tempo di essere raccontata prevalentemente da grandi realtà internazionali portatrici di interessi commerciali, differenti dalla funzione di raccontare il Paese. Il ragionamento va oltre la tradizionale contrapposizione tra chi considera gli aiuti pubblici indispensabili per garantire il pluralismo e chi li vede invece come una forma di dipendenza dell’editoria dalla politica. La questione posta dal sottosegretario riguarda ormai la struttura stessa del mercato dell’informazione: se produrre giornalismo professionale continua ad avere un costo mentre distribuzione, ricerca, pubblicità e sempre più spesso anche il rapporto diretto con il lettore vengono intermediati da piattaforme globali, la progressiva debolezza economica degli editori nazionali rischia di trasferire una parte crescente del potere informativo fuori dal sistema editoriale italiano.

È un tema che assume un significato ancora maggiore nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Barachini non ha presentato l’AI semplicemente come una minaccia per giornalisti ed editori, ma come una moltiplicazione delle possibilità tecnologiche sviluppate negli ultimi quindici anni. Ha però introdotto una distinzione fondamentale: la tecnologia, a suo giudizio, non è neutrale perché sono decisivi gli utilizzi che se ne fanno. Nell’informazione, soprattutto, la riduzione dei costi non può trasformarsi in una riduzione della responsabilità. È forse questo il passaggio più interessante dell’intervento perché tocca direttamente la trasformazione che le redazioni stanno attraversando. L’intelligenza artificiale permette già di automatizzare trascrizioni, traduzioni, sintesi, titolazioni, analisi di grandi quantità di documenti e una parte della produzione testuale, ma il vantaggio economico ottenuto dall’automazione non può tradursi nell’abbandono di verifica, responsabilità editoriale e controllo delle fonti.

Il sottosegretario ha collegato questa trasformazione anche al modo nel quale i cittadini consumano le notizie, richiamando il peso assunto dalle piattaforme social e citando TikTok e il caso del consenso raccolto da AfD in Germania. Il fenomeno indicato da Barachini è quello della progressiva disgregazione dell’informazione tradizionale, sostituita da un consumo frammentato, rapido ed emotivo nel quale la selezione delle notizie è sempre più affidata agli algoritmi. È un cambiamento che modifica profondamente il ruolo dell’editore. Il giornale tradizionale organizzava una gerarchia delle informazioni: decideva quale notizia meritasse l’apertura, quali argomenti approfondire e quali fatti verificare. Nel feed di una piattaforma la gerarchia risponde invece soprattutto alla capacità di un contenuto di attirare attenzione, generare interazioni e trattenere l’utente. Nell’era dei sistemi generativi si aggiunge un ulteriore passaggio: l’utente può perfino ricevere la risposta senza raggiungere il sito che ha prodotto l’informazione originaria.

Proprio per questo la questione dei contributi pubblici non può più essere affrontata soltanto con gli schemi del passato. Nel 2026 il problema non riguarda esclusivamente quante copie cartacee vengono vendute o quanto costa distribuire un quotidiano. Riguarda la possibilità di mantenere un’infrastruttura nazionale dell’informazione composta da redazioni, giornalisti, agenzie, quotidiani, periodici, testate locali ed edicole mentre una quota crescente del valore economico generato dai contenuti si sposta verso grandi intermediari tecnologici. Nei mesi scorsi il confronto sulle risorse è stato particolarmente acceso: a febbraio era emersa la mancata proroga del credito d’imposta per l’acquisto della carta, mentre per il 2026 risultavano 110 milioni di euro destinati ai contributi diretti per cooperative e fondazioni editoriali e 35 milioni ai prepensionamenti, oltre ad altre misure per pubblicità, abbonamenti e distribuzione. Barachini aveva allora sostenuto che il dialogo con il settore restava aperto e che il governo stava lavorando per recuperare ulteriori risorse.

La posizione del sottosegretario arriva inoltre in una fase nella quale gli editori continuano a chiedere interventi strutturali. A fine luglio il Consiglio generale della FIEG aveva ribadito la necessità di ulteriori risorse per sostenere l’informazione professionale di qualità e nelle ultime settimane il confronto si è esteso anche alla rete delle edicole e alla ricerca di nuovi modelli di distribuzione, come dimostra l’accordo FIEG-SINAGI-FAG sugli abbonamenti ritirabili in edicola.

Ma Barachini ha posto anche una questione che gli editori non possono demandare soltanto allo Stato: il pubblico deve tornare a riconoscere un valore economico all’informazione. Il sottosegretario ha evidenziato il paradosso di consumatori ormai abituati a pagare abbonamenti per film e intrattenimento ma molto più restii a sottoscrivere un abbonamento a un quotidiano. È uno dei nodi industriali più difficili per l’editoria contemporanea. Per oltre vent’anni una parte significativa dell’informazione online è stata offerta gratuitamente, finanziata dalla pubblicità e sostenuta dal traffico proveniente dai motori di ricerca e dai social network. Quel modello è oggi sotto pressione proprio mentre aumenta il costo del giornalismo originale e diminuisce il vantaggio competitivo della semplice produzione di contenuti.

Qui il discorso di Trieste si incrocia direttamente con la grande partita aperta tra editori e intelligenza artificiale. Se piattaforme e chatbot possono sintetizzare le informazioni prodotte dalle testate, il valore economico della notizia rischia di separarsi ulteriormente da chi sostiene il costo necessario per produrla. Per questo il sostegno pubblico può rappresentare una componente della soluzione, ma difficilmente può essere l’unica. Servono modelli di abbonamento più efficaci, remunerazione dei contenuti utilizzati dalle piattaforme, tutela del diritto d’autore, riconoscimento delle fonti nei sistemi AI, innovazione delle imprese editoriali e strumenti capaci di garantire anche alle testate più piccole la possibilità di negoziare con soggetti tecnologici infinitamente più grandi.

Ed è proprio in questa prospettiva che assume particolare rilievo la proposta avanzata da Barachini di creare un fondo europeo per l’informazione. Il sottosegretario sostiene che l’Europa debba intervenire per rendere il terreno competitivo più equilibrato. Una dimensione europea avrebbe una logica evidente: Google, Meta, Microsoft, OpenAI e le altre grandi piattaforme operano su scala internazionale, mentre gran parte dell’editoria continua ad avere mercati, normative e capacità negoziali prevalentemente nazionali. Una risposta limitata ai singoli Stati rischia quindi di essere insufficiente di fronte a operatori che dispongono di risorse economiche e tecnologiche incomparabilmente superiori.

Resta naturalmente aperta una questione essenziale: sostenere l’informazione con denaro pubblico significa proteggerne l’indipendenza soltanto se i criteri con cui quel denaro viene distribuito sono trasparenti, pluralistici e sufficientemente distanti dal potere politico. È il punto che impedisce di trasformare il dibattito in una semplice contrapposizione tra favorevoli e contrari ai contributi. Un’informazione economicamente troppo debole può diventare dipendente dagli interessi commerciali; un’informazione eccessivamente dipendente dal finanziamento pubblico può esporsi invece al rischio opposto. La politica industriale dell’editoria deve riuscire a evitare entrambe le dipendenze.

La dichiarazione di Barachini contiene quindi un problema molto più grande dei contributi. Chi racconterà l’Italia nei prossimi dieci anni? Le redazioni italiane, le grandi piattaforme americane, gli algoritmi dei social network, i motori di ricerca o le intelligenze artificiali che ricompongono informazioni provenienti da migliaia di fonti? Probabilmente tutti questi soggetti insieme. Ma stabilire quali di essi saranno economicamente abbastanza forti da produrre informazione originale e quali controlleranno invece l’accesso del pubblico a quella informazione significa decidere una parte importante del futuro del pluralismo.

Per questo la frase pronunciata a Trieste non dovrebbe essere interpretata soltanto come una difesa degli attuali contributi pubblici. La vera sfida è costruire un sistema nel quale l’informazione professionale torni ad avere un valore riconoscibile e remunerabile, indipendentemente dal supporto sul quale viene distribuita. Se quel valore scompare, il rischio non è semplicemente quello di avere qualche giornale in meno. È lasciare progressivamente ad algoritmi e soggetti globali, con modelli di business e interessi propri, il compito di decidere quali pezzi dell’Italia meritino di essere raccontati.

Ed è precisamente su questo terreno che la richiesta di un fondo europeo avanzata da Barachini merita di essere discussa: non come una nuova forma di assistenza permanente all’editoria, ma come possibile tassello di una politica europea per l’informazione capace di tenere insieme pluralismo, innovazione, indipendenza economica, lavoro giornalistico e sovranità informativa.

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