Proteggere i minori senza vietare i social: la lezione della Corte costituzionale francese

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La protezione dei minori non può giustificare qualsiasi limitazione della libertà di comunicazione. È questo, in estrema sintesi, il principio che emerge dalla decisione con cui il Conseil constitutionnel francese ha bocciato il divieto generalizzato di accesso ai social network per i minori di quindici anni.

La decisione rappresenta una battuta d’arresto importante per una delle iniziative politiche più sostenute dal presidente Emmanuel Macron in materia di tutela dei minori nell’ambiente digitale.

Ma assume un rilievo che va ben oltre i confini francesi, perché interviene mentre in diversi Paesi europei si discute dell’introduzione di limiti di età per l’accesso alle piattaforme e mentre la stessa Unione europea cerca un equilibrio tra protezione dei minori, responsabilità delle piattaforme e diritti fondamentali degli utenti.

Il divieto approvato dal Parlamento

Il 21 luglio scorso Assemblea nazionale e Senato avevano definitivamente approvato la proposta di legge diretta a proteggere i minori dai rischi derivanti dall’utilizzo dei social network.

Il cuore della disciplina era estremamente semplice: «l’accesso a un servizio di social network online fornito da una piattaforma online è vietato ai minori di quindici anni».

Il divieto avrebbe riguardato piattaforme come TikTok, Instagram, Facebook e Snapchat e, più in generale, i servizi rientranti nella definizione normativa di social network. Erano invece espressamente escluse alcune categorie, tra cui le enciclopedie online, i repertori educativi o scientifici e le piattaforme dedicate allo sviluppo e alla condivisione di software libero o di progetti digitali educativi open source.

La nuova disciplina avrebbe dovuto entrare in vigore il 1° settembre 2026. Per gli account già esistenti era previsto un periodo transitorio di quattro mesi.

Il Parlamento francese aveva approvato il provvedimento con maggioranze molto ampie: al Senato con 243 voti favorevoli e appena 2 contrari e all’Assemblée nationale con 279 voti favorevoli e 81 contrari.

I dubbi erano già emersi prima dell’approvazione

La bocciatura costituzionale, tuttavia, non arriva completamente inattesa.

Già nel gennaio scorso il Conseil d’État, chiamato a esprimersi sulla proposta di legge, aveva riconosciuto la legittimità dell’obiettivo perseguito dal legislatore, ma aveva sollevato seri dubbi sulla proporzionalità di un divieto generale e assoluto.

Il problema riguardava soprattutto l’ampiezza della nozione di social network. Una proibizione formulata in termini generali avrebbe infatti potuto comprendere non soltanto piattaforme i cui potenziali effetti dannosi sui minori sono stati ampiamente studiati, come TikTok, X o Facebook, ma anche servizi caratterizzati da modalità di funzionamento e contenuti profondamente differenti.

Il Conseil d’État aveva inoltre sottolineato un secondo aspetto particolarmente rilevante: una proibizione automatica basata esclusivamente sull’età finiva per non tenere conto né del diverso grado di maturità del minore né del ruolo esercitato dai genitori.

La tutela del minore, in altri termini, deve essere conciliata con i diritti fondamentali dello stesso minore e con l’esercizio della responsabilità genitoriale.

La libertà di comunicazione vale anche per i minori

È proprio questo equilibrio che il Conseil constitutionnel ha ritenuto non adeguatamente rispettato.

Il legislatore può certamente intervenire per proteggere i minori dai rischi connessi all’utilizzo delle piattaforme digitali. Il problema nasce quando questa finalità viene perseguita attraverso una limitazione generale e indifferenziata dell’accesso a uno strumento attraverso il quale oggi si esercitano anche la libertà di espressione, la libertà di comunicazione e l’accesso alle informazioni.

Il punto è particolarmente significativo.

I social network non sono soltanto prodotti commerciali o strumenti di intrattenimento. Sono diventati anche luoghi nei quali si cercano e si ricevono informazioni, si manifestano opinioni e si partecipa alla vita sociale. Vietarne integralmente l’accesso significa quindi incidere sull’esercizio di libertà fondamentali.

La Corte francese non nega che tali libertà possano essere limitate quando si tratta di minori. Chiede però che la limitazione sia necessaria, adeguata e proporzionata rispetto all’obiettivo perseguito.

Ed è proprio il carattere indiscriminato della disciplina a non avere superato questo esame.

Il problema della verifica dell’età

Sul fondo rimane inoltre una questione destinata probabilmente a diventare ancora più importante: per impedire ai minori di accedere ai social network occorre sapere quanti anni abbiano gli utenti.

Qualsiasi divieto basato sull’età presuppone quindi un sistema di age verification.

E una verifica generalizzata dell’età non riguarda soltanto i minori. Per sapere chi ha meno di quindici anni bisogna, in qualche modo, verificare anche chi dichiara di averne di più.

Nasce così un secondo conflitto tra diritti: quello tra la protezione dei minori e la tutela della riservatezza e dei dati personali dell’intera popolazione degli utenti.

È lo stesso problema che sta emergendo in Europa rispetto all’accesso ai siti pornografici e, più in generale, a tutti i servizi digitali per i quali il legislatore intenda introdurre limiti legati all’età.

Una questione ormai europea

La vicenda francese dimostra soprattutto quanto sia difficile affrontare attraverso semplici divieti nazionali fenomeni che sono contemporaneamente tecnologici, economici e sovranazionali.

Il Digital Services Act ha già costruito a livello europeo un sistema di obblighi specifici per le piattaforme e dedica una particolare attenzione alla protezione dei minori. Proprio il rapporto con il diritto europeo era stato uno dei problemi segnalati dal Conseil d’État durante l’esame preventivo della proposta francese.

La Francia aveva cercato di superare l’ostacolo formulando il divieto direttamente nei confronti dei minori, anziché introducendo nuovi obblighi autonomi a carico delle piattaforme, materia nella quale la competenza europea è particolarmente penetrante.

La soluzione, però, non è stata sufficiente a superare il diverso problema costituzionale della proporzionalità della restrizione.

Il divieto tornerà

La decisione del Conseil constitutionnel non sembra comunque destinata a chiudere la vicenda.

Macron ha già chiesto al Governo di predisporre una nuova disciplina capace di superare i rilievi costituzionali ed europei, con l’obiettivo di arrivare a un nuovo testo entro la primavera del 2027.

Il tema, dunque, non è più se introdurre forme particolari di protezione dei minori sui social network, ma come farlo.

Ed è probabilmente questa la parte più interessante della decisione francese.

Per anni il dibattito sulla regolamentazione delle piattaforme è stato rappresentato come un conflitto tra la libertà della rete e la necessità di proteggerne gli utenti. La decisione del Conseil constitutionnel mostra invece che il problema è diventato più complesso.

La tutela dei minori costituisce certamente un interesse pubblico di primaria importanza. Ma anche quando persegue un obiettivo condivisibile, il legislatore deve dimostrare che la limitazione imposta sia realmente necessaria e proporzionata.

Perché proteggere i minori nell’ambiente digitale non significa necessariamente impedire loro di accedervi.

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