Referendum contro i contributi ai giornali, il fallimento degli slogan

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In un video pubblicato su Instagram, Alessandro Di Battista ha comunicato che la raccolta delle firme per il referendum per abrogare il finanziamento pubblico ai giornali non ha raggiunto le 500.000 firme necessarie per indire il referendum. Nei primi giorni la raccolta delle firme è andata benissimo e sembrava certo il raggiungimento delle sottoscrizioni necessarie.

Di Battista e i cinque stelle da sempre hanno fatto dell’attacco al sostegno pubblico ai giornali una sorta di mantra. E anche nel video pubblicato che in realtà certifica un fallimento, l’atteggiamento non sembra cambiato.

Il bersaglio mediatico di questa lunga battaglia populista è sempre stata l’editoria cooperativa e quella non profit, cioè le imprese che più di ogni altra rappresentano il pluralismo dell’informazione, e non i grandi gruppi editoriali o l’emittenza locale, sostenuti con risorse complessivamente molto più rilevanti. La ragione, in realtà, è che tra i beneficiari di questo tipo di sostegno ci sono alcuni giornali di centro destra, tra cui Libero, che non godono di grande popolarità. Ma due considerazioni sono necessarie. Il pluralismo viene garantito sostenendo anche le posizioni non popolari. E la seconda è ancora più evidente. Questa guerra santa contro due, tre giornali investirebbe centinaia di piccole realtà locali cooperativistiche che nulla hanno a che vedere con i grandi editori e con i cosiddetti poteri forti.

Il sottosegretario all’editoria Vito Crimi, insieme ad Alessandro Morelli, nel 2018, con un emendamento alla finanziaria, abolirono il contributo ai giornali editi da cooperative giornalistiche e non profit. Vararono il termine “reddito di giornalanza” da contrapporre a quello di cittadinanza. E poi il solito attacco contro i privilegi dei giornalisti che vivono con ricchi stipendi alle spalle del povero contribuente, con la solita litania: “qua non si arriva alla fine del mese”, “si stava meglio quando si stava peggio”, e via discorrendo.

Non c’è mai stata una vera analisi qualitativa del sistema dei contributi pubblici all’editoria. Non si è mai spiegato come funziona realmente questo meccanismo. Né si è mai raccontata la situazione economica delle cooperative giornalistiche e delle imprese non profit. Eppure sarebbe bastato poco per vedere che molte di queste imprese sono in cassa integrazione, applicano i contratti di solidarietà, hanno trasformato i contratti in part time. I giornalisti dei piccoli giornali hanno, in molti casi, stipendi al di sotto della soglia di povertà, ma rimangono dei privilegiati per parte dell’opinione pubblica, alimentata da un facile populismo.

Non si tratta di contrapporre un sostegno, come il reddito di cittadinanza, ad un altro, quello al sistema pubblico all’editoria, ma di capire di cosa si parla. Comprendere, ad esempio, che le risorse impiegate per il sostegno all’editoria non profit e alle cooperative giornalistiche rappresentano una parte residuale del Fondo per il pluralismo. O affrontare alla base le ragioni di una crisi storica che trova le proprie cause nell’inesorabile declino del cartaceo e di un mercato digitale nel quale la gran parte della raccolta pubblicitaria viene assorbita dalle grandi piattaforme, mentre agli editori resta il costo della produzione dell’informazione. E parlare di un mondo nel quale le notizie sono nelle mani di pochi grandi editori e delle piattaforme. In cui le fonti possono essere annullate con un algoritmo, in un assordante silenzio di bip e di interessi da tutelare.

Il mancato raggiungimento delle firme necessarie ad indire il referendum potrebbe essere l’occasione per aprire una stagione nuova nel dibattito sul rapporto tra Stato e informazione. Senza neri e bianchi, che, tra l’altro, come abbinamento di colori funzionano malissimo, né sì e no. Ma con i grigi che il confronto impone e con i dubbi che la conoscenza delle cose inevitabilmente porta con sé.

Ci auguriamo che con il fallimento di questa iniziativa referendaria si chiuda finalmente la stagione degli slogan inaugurata da Crimi e Morelli e si apra quella dell’analisi. Perché il pluralismo dell’informazione è una questione troppo seria per essere ridotta agli slogan urlati da capipopolo alla disperata ricerca di un popolo da condurre.

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