I giornali si impoveriscono, le piattaforme si arricchiscono

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Anche i dati ADS di aprile 2026 confermano una tendenza ormai consolidata: il declino delle vendite dei quotidiani italiani. La stampa italiana continua a perdere copie. Il Corriere della Sera resta il primo quotidiano nazionale con oltre 204 mila copie diffuse tra carta e digitale, ma in un solo mese lascia sul terreno quasi 5.500 copie (-2,6%). Perdono anche la Repubblica (-1,4%), Il Sole 24 Ore (-1,1%), La Stampa (-1,4%), Il Messaggero (-1,3%), Il Giornale (-1,8%) e La Verità (-2,9%). Le poche eccezioni, come Il Fatto Quotidiano, Il Mattino, Avvenire o Dolomiten, rappresentano casi isolati che non modificano una tendenza ormai consolidata. Anche perché i recuperi avvengono rispetto a dati che hanno già scontato l’emorragia di copie.

La vera domanda, però, non è più quante copie si perdano, bensì perché, nonostante milioni di persone continuino a leggere notizie ogni giorno, l’informazione professionale non riesca più ad essere sostenibile da un punto di vista economico.

Negli anni scorsi gli editori venivano accusati di non riuscire ad affrontare le sfide del digitale. Nei primi anni il problema sembrava essere che l’informazione dovesse essere offerta gratuitamente. Ma poi si è visto che quel tipo di offerta informativa non era sostenibile. Successivamente tutti gli editori hanno investito sul digitale, recuperando sicuramente migliaia di copie, che tuttavia si sono rivelate del tutto insignificanti, anche per il prezzo con cui spesso vengono vendute, rispetto alle copie cartacee perse.

Infatti, gli abbonamenti digitali stanno consentendo a molte testate di limitare le perdite. Se si osservano i dati della diffusione complessiva, infatti, il calo è decisamente più contenuto rispetto a quello delle sole vendite in edicola.

Significa che una parte dei lettori è disposta a seguire il giornale anche sul web e, in alcuni casi, persino a pagare un abbonamento.

È un risultato tutt’altro che scontato.

Negli ultimi anni quasi tutti gli editori hanno investito in paywall, contenuti premium, newsletter, podcast e servizi riservati agli abbonati. Il digitale non è più visto come un semplice canale di distribuzione ma come il principale terreno sul quale costruire il futuro economico delle imprese editoriali.

Eppure, i bilanci continuano a rimanere in rosso. La ragione è che nell’ecosistema digitale dell’informazione vincono solo le piattaforme.

La grandissima parte del valore economico prodotto dall’informazione viene intercettata da soggetti che non producono informazione. È probabilmente la prima volta nella storia dell’editoria che chi sostiene integralmente i costi della produzione non è anche il principale beneficiario del valore economico generato da quel prodotto.

Le grandi piattaforme tecnologiche concentrano la quasi totalità della pubblicità digitale, controllano gli accessi ai contenuti attraverso gli algoritmi e decidono, di fatto, quali notizie abbiano maggiore visibilità. Il giornale sostiene i costi del lavoro giornalistico. La piattaforma monetizza il traffico. È un modello economico profondamente diverso da quello che ha caratterizzato la stampa per oltre un secolo e che è sostenibile solo per le piattaforme.

In passato il giornale controllava l’intera filiera: produceva le notizie, le distribuiva, vendeva copie e raccoglieva pubblicità.

Oggi la distribuzione è nelle mani di pochi operatori globali che non sostengono i costi della produzione giornalistica ma beneficiano dell’attenzione generata dai contenuti.

È questa la vera frattura economica che spiega la crisi dell’editoria nel mondo del digitale.

Si tende spesso a contrapporre carta e digitale, come se il problema fosse semplicemente il passaggio da un supporto all’altro.

In realtà il cambiamento è molto più profondo.

Sono mutate le modalità con cui le persone consumano informazione.

Lo smartphone è diventato il principale punto di accesso alle notizie.

Il tempo dedicato alla lettura si è ridotto.

Le notizie vengono spesso consumate all’interno dei social network, attraverso brevi video, post o notifiche, senza entrare nei siti dei giornali e senza instaurare un rapporto diretto con la testata.

L’algoritmo sostituisce progressivamente l’editore nella selezione delle notizie.

È un cambiamento culturale prima ancora che tecnologico.

Questa trasformazione non produce soltanto effetti economici. I sistemi di accesso all’informazione propongono i contenuti al lettore sulla base di algoritmi. Profilazioni che hanno l’obiettivo di migliorare la performance economica della pubblicità gestita dalle piattaforme, non quello di garantire ai cittadini un’informazione completa, pluralista e di qualità. L’obiettivo dell’algoritmo è massimizzare il tempo di permanenza sulla piattaforma e, di conseguenza, i ricavi pubblicitari. I lettori vengono polarizzati, vengono create casse di risonanza che impediscono il confronto e il dibattito. Si alzano solo i toni della discussione.

Il rischio non è semplicemente quello di avere meno giornali.

Il rischio è avere un’informazione più debole, più omologata e sempre più dipendente dalle logiche delle piattaforme digitali.

Chi controlla la distribuzione dell’informazione esercita inevitabilmente un’influenza sulla formazione dell’opinione pubblica.

Per questo il tema dell’editoria non può essere affrontato soltanto come una questione industriale. Ma diventa anche un discorso di democrazia.

I dati ADS continueranno probabilmente a registrare, ancora per molto tempo, un lento calo delle copie. Ma il punto è individuare gli strumenti di regolazione che consentano di distribuire in maniera equa le risorse, evitando che ci sia chi produca e sostenga i costi della produzione e chi ne venda il prodotto, limitandosi ad incassare i ricavi. La questione, quindi, non è difendere i giornali in quanto tali, ma garantire che il valore economico generato dall’informazione torni, almeno in parte, a chi l’informazione la produce. Perché se il giornalismo perde la capacità di sostenersi economicamente, a indebolirsi non saranno soltanto le imprese editoriali, ma uno dei pilastri fondamentali del sistema democratico.

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