La Clan Fnsi torna ad attaccare, lancia in resta, gli editori e chiede al governo lumi sulla scelta di “ascoltare” le parti datoriali e non il sindacato. Il tema, tanto per cambiare, è sempre lo stesso: quello dell’equo compenso. Una vicenda su cui non si riesce a trovare una quadra. Le parti, se possibile, su questo sono ancora più divise che sul rinnovo del contratto nazionale dei giornalisti. Che, ovviamente, rimane in alto mare. L’equo compenso non sembra avere una gestazione più facile. E anzi gli editori hanno rinculato su proposte ritenute addirittura peggiorative rispetto a quelle presentate nel 2014. Ben dodici anni fa. Intanto fare informazione, in Italia, diventa sempre più impossibile. E non è un bel segnale. Perché il pluralismo non si può certo difendere a pochi spiccioli al mese, approfittando dei rider dell’informazione, spesso e volentieri partite Iva (proprio come i rider ascoltati dai magistrati della Procura di Milano). Né il pluralismo o la libertà di informazione possono essere coltivate come un hobby da pochi (e magari ricchi) appassionati.
La Clan Fnsi, dunque, torna all’attacco e ci va giù durissima: “Gli editori hanno presentato al tavolo dell’equo compenso una proposta peggiorativa rispetto a quella del 2014, nonostante quelle tabelle siano state bocciate da Tar e da Consiglio di Stato. Ci pare evidente l’intenzione di fare saltare il tavolo prima ancora di aprirlo”. E non è finita qui: “È inoltre scandaloso da parte degli editori – prosegue la Clan Fnsi – minacciare tagli sulle collaborazioni in caso di compensi più alti. L’anomalia è stata poter utilizzare impunemente forza lavoro in condizioni di semischiavitù, cosa che non è consentita ad alcuna impresa in Italia”. Tranne, evidentemente, a loro almeno secondo la versione di Clan Fnsi. Che incalza: “È evidente che l’applicazione di compensi equi comporterà una rivoluzione nell’organizzazione delle aziende editoriali, ma questo è un passo essenziale verso la civiltà e la dignità del lavoro, oltre che la chiave per migliorare la qualità dell’informazione nel nostro Paese. Che i giornalisti collaboratori vivano vicini alla soglia di povertà, del resto, lo dicono i numeri del nostro Istituto di previdenza”. Vicini, eufemismo per dire sotto. Talora ben sotto.
E questo accade “nonostante l’esistenza di una legge speciale per i giornalisti e di altre due leggi che riguardano l’equo compenso per i professionisti, il governo – aggiungono i rappresentanti dei giornalisti lavoratori autonomi – sta pensando a un ulteriore strumento normativo che stabilirà quali dovranno essere i compensi minimi”. La beffa sta nel fatto, per la Clan Fnsi, che “a questo provvedimento si accompagnerà anche un finanziamento per le imprese che ammortizzeranno i costi (solo teoricamente) più alti dei pagamenti ai collaboratori grazie al credito di imposta”. Da ciò un’ulteriore considerazione: “Non si capisce perché il ministero della Giustizia, oltre all’Ordine, che per legge sul tema è il solo interlocutore istituzionale, abbia udito anche le associazioni datoriali, che, fino a prova contraria, rappresentano una parte sociale. Come peraltro il sindacato dei giornalisti, che invece non è stato sentito. Quindi una procedura e un merito di consultazione inquietante, per ciò che prospetta”.
La richiesta è netta e non ammette repliche. Clan Fnsi “chiede alla segreteria e alla Giunta di attivare ogni forma di protesta perché non venga chiuso il tavolo per l’equo compenso e di impugnare eventuali tabelle che non rappresentino un compenso davvero equo per il lavoro giornalistico”.







